Racconti

“Quarantena” Dioniso

Mi sono reso conto che mi mancava aprendo il frigorifero, ho sentito come l’impulso di voltarmi e chiederle un consiglio, anche se le nostre diete erano opposte ma una delle sue grandi qualità era di non imporre niente a nessuno, chiedendo lo stesso in cambio.
Pensai alla nostra cena dopo aver fatto l’amore nella mia stanza per quattro ore, l’unica volta che siamo stati insieme sotto un tetto. Volevamo riprenderci dal delirio dei sensi in cui ci eravamo immersi, le proposi riso in bianco al limone e lei accettò con gioia.
Più di tutto avrei voluto sentire la sua voce dirmi qualcosa, con quel tono pacato ma al tempo stesso allegro, frizzante. Per un attimo ho pensato di prendere il cellulare e mandarle un messaggio qualsiasi, un vocale sbadato per riceverne un altro. Tornai indietro nella cronologia per rileggere le parole più infuocate, riascoltarla mentre mi chiedeva: “Puoi parlare? Ti posso chiamare?” e ricordare quei nostri dialoghi al telefono che sfociavano sempre in un incrocio di mugolii e di frasi oscene mentre i nostri corpi si cercavano a chilometri di distanza.
Quell’unica volta che dormimmo insieme esaudii il suo desiderio di svegliarla nel cuore della notte e prenderla selvaggiamente. Non era programmato ma, quando mi rigirai nel letto e sentii le sue forme eccitanti, mi accorsi di avere un’erezione pronta a soddisfarla. La svegliai baciandola e le schiusi le gambe sotto le coperte, in pochi secondi le entrai dentro, così come voleva. Fu diverso rispetto a poche ore prima, quando ci eravamo baciati, leccati e scopati per ore, dando sfogo agli istinti più nascosti e realizzando i giochi più fantasiosi. Fu una monta veloce con le coperte a intralciare i movimenti, dovetti metterle una mano sulla bocca per non farla urlare nella notte, l’indomani mi ringraziò anche per quel gesto che non considerò rude.
Poche settimane prima ci eravamo dati il primo bacio che era già una dichiarazione di intenti: ci prendemmo al crepuscolo in un atrio patrizio di una città ruffiana a metà strada tra le nostre vite. Le nostre lingue turbinavano, le nostre bocche grondavano saliva che leccavamo come ossessi, le mie mani stringevano il suo culo, il suo ventre premeva contro il mio cazzo duro. Scappammo in macchina ridendo per quell’improvvisa liberazione. In un angolo deserto di un parcheggio lei stese le gambe sul cruscotto e in un gesto felino leccò il suo ginocchio velato. Leccai sullo stesso punto e poi tornammo a baciarci con foga. La mia mano sinistra si intrufolò tra le sue gambe e strinse il suo monte di venere, poi abbassò gli slip scoprendo un ciuffo di peli vellutato. Le mie dita trovarono il suo sesso già umido. Mi chiese di muovermi sempre più dentro, di accarezzarle il clitoride e di ripeterle frasi volgari, di non fermarmi neanche fosse arrivato un guardone. Una pioggia provvidenziale preservò la nostra intimità. Venne per la prima volta lì, con urli affannosi crescenti fino a un acuto che la lasciò stremata per alcuni secondi. Assaggiammo insieme il suo orgasmo, succhiando le mie dita a turno, e già progettammo altri incontri.
Pochi giorni dopo quel primo e unico weekend insieme ci colse la quarantena: “sarà per pochi giorni, pazientiamo”, ci dicevamo con vago ottimismo. I giorni però diventarono settimane e l’ansia di rivederci cresceva.
Ho ripensato ai nostri cellulari che squittivano continuamente e a noi che facevamo l’amore quasi ogni giorno, venivamo insieme, all’unisono, chiamandoci per nome, dopo averci ripetuto frasi oscene e parole che non avremmo usato in nessun’altra situazione. Quando non potevamo parlare ci mandavamo messaggi roventi e foto erotiche, progettavamo giochi da fare, sensi da stimolare, volgarità da gridarci in faccia e altre barriere da rompere sfogando ogni nostro desiderio. L’avrei voluta lì in quel momento, mentre guardavo la replica di una vecchia partita. Nei nostri deliri mi raccontava quanto avrebbe desiderato passare intere serate sdraiata sul divano con il mio cazzo in bocca. Io le replicavo che le avrei trascorse con la testa tra le sue cosce, mentre guardava un documentario alla TV.
Il vuoto sul divano e la partita muta generavano un silenzio assordante. Nella mia mente i messaggi lapidari e asettici che comparirono sul display del cellulare nei giorni in cui si annunciava l’imminente fine del lockdown. Scansavo la verità e mi costruivo alibi, finché non le anticipai l’imbarazzo e le spiegai cosa stava succedendo. Non scoprii il momento preciso durante la quarantena in cui qualcuno era entrato nella sua vita in modo così forte da farle decidere di interrompere tutto. Non le chiesi altro, accettai la sua scelta perché sin dall’inizio non avevamo preteso altro.
Eppure lei torna prepotente ad ogni cucchiaio di riso e limone che mi porto alla bocca e, quando prima di addormentarmi mi giro dall’altra parte, cerco il suo corpo caldo e il suo culo morbido, e i suoi occhi color ghiaccio schiudersi nella penombra per chiedermi di prenderla ancora.

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