Devi sapere che...

“Victim blaming: analogie con la caccia alle streghe.” di Beatrice d’Abbicco

(Tempo di lettura 6 min circa)

Quando citiamo la “caccia alle streghe” intendiamo ironizzare metaforicamente sulla ricerca di un colpevole inesistente, un capro espiatorio, facendo riferimento, di solito, in modo inappropriato e paradossale, a categorie privilegiate che non possono più “esprimersi”. Niente di più lontano dal fenomeno originale.
Oggi, grazie al cielo, nessuno crede più nell’esistenza delle streghe e ci sembra che quello sterminio di donne innocenti sia stato semplicemente il superstizioso errore di valutazione di uomini lontani da noi una manciata di secoli.
Ma cosa è accaduto veramente durante la loro persecuzione? Possiamo dire di esserne davvero fuori?
Ad oggi sappiamo che si trattò anche di un pretesto ideologico per controllare il potere sessuale e riproduttivo femminile e metterlo al servizio del nascente predominio capitalistico e scientifico di appannaggio esclusivamente maschile. La caccia alle donne sospettate di “stregoneria” e di utilizzare arti magiche è senza dubbio il più vile e ingiustificabile sterminio di massa senza particolare commemorazione. Anzi, la figura della strega resta ancora nel nostro immaginario favoloso senza riscatto, come quello di una donna perfida che usi il suo potere per fini malefici.
Ma chi erano le streghe veramente? Chi sono le streghe oggi?
Le “streghe” non erano altro che levatrici, guaritrici, esperte di erbe, medicine e veleni naturali, donne trasgressive sessualmente, sagge, visionarie, indipendenti, nevrotiche, anziane. Donne che aiutavano altre donne del popolo, capaci di prendersi cura della vita e della morte. Donne potenti, quindi devianti dalla norma. Talvolta erano semplicemente donne. Prototipi umani meritevoli di condanna senza un apparente criterio, per mantenere alta la soglia del terrore verso il potere prestabilito.
Il Malleus Maleficarum, ad esempio, fu il maggiore testo intriso di una misoginia plurisecolare che erudiva il lettore su come perseguitare una strega.
Ma se la caccia alle donne fuori dalla norma patriarcale non fosse ancora del tutto finita?
Le accusate di stregoneria furono umiliate sessualmente, traumatizzate e massacrate nelle sudicie segrete inquisitoriali con il beneplacito di molti. Femminicidio istituzionalizzato, legalizzato, ritenuto perfino cosa giusta e necessaria, non senza una buona dose di sadismo patologico. Nessun uomo ha mai subito una simile sorte nella storia, per mano di donne almeno. Eppure, il binomio per antonomasia è: donna-colpa.

Strega, puttana, nazifemminista. Sono molti e attualissimi gli epiteti-paradosso che attribuiamo alle donne. Parole tanto inutili a descrivere il soggetto a cui si riferiscono quanto utili a contenerlo.
Il concetto di strega è qualcosa che attecchisce nel pregiudizio plurisecolare che vuole la donna colpevole a priori. È la stessa fallacia logica del victim blaming. Non deve avere un senso. Ma un fine: la repressione.
Se ci spiace per le atroci torture che quelle donne subirono per vana superstizione, ci stiamo ingannando. Il punto non è soltanto questo. Non è essere buone o cattive, sante o puttane, donne-angelo o streghe.
Il punto è: come si può arrivare a demonizzare fino al delirio qualsiasi agito femminile che sfugga al controllo dell’uomo? E non parliamo chissà di quanti secoli fa. L’ultima strega in Europa è stata ammazzata nel 1782.
Ad oggi, le teorie più misogine e antiscientifiche che circolano negli angoli del web, sebbene con esiti diversi, non hanno una matrice molto lontana dai motivi dietro la caccia alle streghe. Si traducano in cyberstalking, minacce alle attiviste e altre più subdole violenze tipiche della nostra epoca.

Bisogna spezzare il circolo della violenza patriarcale. E iniziare un nuovo modo di relazionarci e di stare bene. Il binomio donna-colpa è atavico. Risale a millenni di mistificazioni, ad assemblee tribali, salotti letterari, riunioni di soli uomini in cui discutere della presunta inferiorità del genere femminile. Un gioco tanto facile quanto vile. Poco si addice al coraggio e al raziocinio stereotipicamente attribuiti al maschio.
Immaginiamo quante idiozie, bias e superstizioni ancora influenzano le ricerche scientifiche e l’analisi obiettiva della realtà delle cose.
Il patriarcato si fonda su una menzogna: la superiorità di un genere rispetto a un altro. Per questo non può instaurarsi con il consenso di tutti/e, ma deve imporsi con la forza. Le donne, per la maggior parte del tempo, non hanno potuto alzare la voce per fermare tutto questo. E al di là dell’armatura da macho, esistono moltissimi modi di essere uomini che nel ruolo rigido e spigoloso di una virilità impossibile ci stanno troppo stretti. Qualsiasi essere umano ha bisogno anche di tenerezza. Innumerevoli ragazzi sono stanchi di dover indossare quell’armatura. Questo sistema, se si accanisce di più sulle donne, comunque non risparmia nessuno. Mentre andiamo nella direzione di un maggiore benessere sociale, il sessismo continua a inficiare il rapporto tra gli individui, la libera espressione di chi siamo e un dialogo più funzionale e simmetrico tra donne e uomini. Certi valori svalutati e considerati “femminili” sono esattamente quelli che ci salveranno la vita. Ascolto, capacità di cura, accogliere l’altro/a, verbalizzare e comprendere le proprie emozioni, consenso. Sono questi i valori sostenibili. I valori del welfare.
Siamo interdipendenti. Il nostro benessere personale è collegato a quello altrui. Come quello di un padre e una figlia. Dei componenti un nucleo famigliare di qualsiasi tipo. Dell’ambiente di lavoro. Della comitiva di amiche e amici. Dei teatri. Della televisione. Dei mass media. Di qualsiasi luogo in cui esistano e interagiscano uomini e donne. Il sessismo, pertanto, è anche molto stupido e improficuo.
Dobbiamo necessariamente smetterla di rigettare il femminile. E interrompere il circolo della violenza.

A oggi, nessuno crede più nell’esistenza delle streghe.
Eppure, quando una donna viene ammazzata ci chiediamo ancora quali colpe abbia. Se il suo atteggiamento non fosse diventato “esasperante” agli occhi del suo aguzzino.
Il victim blaming è una superstizione. La superstizione della colpa femminile atavica e immaginaria. Guarda caso, attribuita al genere disarmato, impossibilitato a replicare e a reagire. È la colpa atavica di Eva, di Pandora, di Elena di Troia. Un mito antico destinato a diventare triste fondamento dei rapporti tra gli esseri umani.
E noi, nella nostra società progredita e civilizzata, quando si tratta di donne, siamo ancora molto superstiziosi.

Altri articoli di Beatrice d’Abbicco per Clitoridea:

“L’indice dei pantaloncini proibiti”

“Il merito invisibile – un’altra lettura della realtà femminile”

“Lettera a una discriminazione di genere”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...