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“Il merito invisibile – un’altra lettura della realtà femminile” di Beatrice d’Abbicco

Nella vicenda di Aurora Leone, esclusa dal tavolo dei suoi colleghi in quanto donna,emergeancora una volta la miopia del maschilismo. È l’ennesimo di molteplici esempiin cui il merito delle donne risultainvisibile o inaccettabile, falsato dal pregiudizio, ospite sgradito o invitato controvoglia quando non lo si può (più) ignorare. Non importa quanto una donna sia preparata, colta o intelligente. Finché guarderemo attraverso lenti graduate per riconoscere solo i meriti maschili, il suo valorerisulterà sfocato, se non inesistente, eda respingere. Ma il guaio è chele parole dette contro Leone, tanto anacronistiche e quasi cacofoniche, non sono “solo” lo strafalcione di un direttore generale della Nazionale Cantanti.Sono, più che altro, l’espressione a voce di quella che è un’azione sistemica eda troppo tempo giustificata: escludere le donne dalle cariche importanti con la scusa chenon ce ne sono di abbastanza valide. “Sei donna, non puoi stare qui”. E se troppo spesso, tacitamente, l’esclusione avvenisse per questo irragionevole motivo? Perché, in fondo, quelle parole sessiste non suonano in modo poi così insolito, come dovrebbero. Piuttosto, somigliano a qualcosa di ancora troppo famigliare, antico, ben radicato in noie nella nostra cultura. Su questo verte la seguente riflessione. Certe affermazioni hanno a che vedere con l’imprinting di una educazione sessistache riecheggia nel nostro modo di pensare, nelle relazioni e nella società. E suonano in un modo che tutti, in fin dei conti, conosciamo bene, per quanto infantile e irrazionale. “Sei una femminuccia, non puoi giocare con noi”, si diceva anche all’asilo.

Il merito non ha sesso. Lo sappiamo tutti, è una frase ricorrente. Di solito la si utilizza per ridimensionare il dibattito sul gender gap. Il merito davvero non ha sesso, in un mondo ideale in cui non ci siano ancora retaggi sessisti e discriminazioni. Sarebbe assurdo cancellare con questa “semplice” nozione di civiltà millenni di disuguaglianze che influiscono sulla nostra capacità di valutazione. Il merito non ha sesso. Ma siamo capaci di dare il giusto merito a chi ce l’ha, a prescindere dal suo genere di appartenenza? Siamo capaci, ad esempio, di leggere in modo obiettivo?
Mi spiego meglio. Gli stereotipi di genere condizionano la nostra esistenza su ogni piano. È un fatto. Nei luoghi di maggiore espressione delle categorie marginalizzate sembrano insistere con ulteriore accanimento e irruenza. Come emerge da innumerevoli statistiche, il genere femminile è il bersaglio preferito dei fenomeni di odio online. A volte può bastare un semplice post per scatenare orde di trolling, minacce e violenze virtuali. Come se la distanza fisica dall’interlocutrice la deumanizzasse ulteriormente.
Le categorie marginalizzate trovano sui social l’opportunità di unirsi ad altre voci simili più che altrove. Smettono di parlare in sordina. Tuttavia c’è il rischio che quelle forme di ostruzionismo le rimuovano anche dal contesto virtuale dove faticosamente si sono guadagnate uno spazio. E se la voce di circa metà della popolazione manca significa che a parlare è soltanto l’altra metà. Se le donne non possono esprimersi qualcuno tornerà a farlo per loro. Avremmo sempre e solo un’unica lettura della realtà. Parziale, faziosa, incompleta, prima ancora che violenta e oppressiva. È più che una questione etica. In primis, ha a che fare con una corretta conoscenza delle cose. Si tratta di demistificare la nostra visione dei rapporti umani. Proporre narrazioni alternative a un pensiero unico. Iniziare a vederci più chiaro.
Bisogna integrare molteplici punti di vista per stimolare il confronto tra persone, anziché annientarlo in nome di un assoluto patriarcale e angusto. Comprendere l’infondatezza delle discriminazioni ci permette di aprirci a relazioni più sane e consensuali. Al contrario, escludere sistemicamente alcune categorie di persone dalle pari opportunità, equivale ad amputare una parte del nostro mondo, renderlo disarmonico e insano. Equivale a vedere le cose a metà, rischiando di sbandare.
È un po’ il “pericolo di una storia unica” di cui parla Chimamanda Ngozi Adichie. È l’importanza di raccontare storie che nei libri di storia non vengono nemmeno menzionate. È anche la necessità di una giusta rappresentanza. Perché le nuove generazioni abbiano validi punti di riferimento anche femminili.
Il merito non ha sesso. Non ci sono mai abbastanza donne. Le donne non meritano di esserci. Questo è il sillogismo fallace, il verdetto finale. Ma è una tautologia che non cambia né spiega nulla. Troppo spesso le donne non ci sono perché le stronchiamo prima. Cosa succede quando iniziano a fare capolino? Ad oggi, l’espressione del femminile ancora non può prescinde dal discorso sula propria emancipazione. Pensiamo a quanto influisca il timore di essere linciate per molto poco: per aver espresso un’opinione, per aver risposto a un insulto sessista, per un vestito troppo scollato, per un vestito troppo accollato, per aver parlato di sesso, politica o qualsiasi cosa oltre il make up o per aver parlato soltanto di make up. Per sembrare troppo severe, disinibite, mascoline, per sembrare troppo frivole, modeste, “femminili”. Per aver reagito a una shitstorm ingiustificata, per non averlo fatto. Per aver parlato di donne. Per aver parlato. Quanti ostacoli ci sono prima di un riconoscimento?
Dovremmo essere valutate per i nostri contenuti, ma troppo spesso riceviamo insulti sessisti per il “contorno”, e bisogna impegnarsi il doppio per dimostrare capacità e preparazione tra lavoro e ruoli di cura e per ricevere la metà di quel che si merita.
Il merito non ha sesso. Ma se non ci sono abbastanza donne “meritevoli” forse è perché partiamo dal presupposto che non debbano esserci, che non riusciranno, che non ne sono all’altezza, e ci tappiamo ancora le orecchie ogni volta che parlano. La nostra capacità di comprensione è compromessa da uno stereotipo che non (ci) dà possibilità di smentita. Condizioniamo la nostra stessa lettura della realtà. Ci rendiamo miopi.
E se qualcuna ne parla è esagerata, blatera, non merita ascolto. Discorso chiuso in partenza. Semplice, no? E se ti linciano per così poco, questo sì, te lo sei meritata. Dobbiamo prenderci tutte le conseguenze o rinunciare a priori. Quante responsabilità per così pochi meriti!
Possiamo scordarci lo stile disinvolto, cazzuto, iconoclasta di chi non deve chiedere mai. Quello che tanto piace ai detrattori del femminile, dalle opere letterarie alla politica. Non possiamo alzare l’asticella se prima di buttarci dobbiamo essere perfette a livelli maniacali. Scordiamoci, insomma, il privilegio di stare a proprio agio nel mondo.
Oppure proviamo a fregarcene di tutto. Parliamo, raccontiamo, scriviamo. Qualsiasi argomento abbiamo il merito di conoscere ed esprimere in modo interessante. Mettiamoci il nostro punto di vista. Proponiamo alternative al sessismo sistemico. Mettiamoci del nostro. Per una volta, lasciamo la sindrome dell’impostore a casa. Presentiamoci noi, con le nostre qualità. Pensino pure che stiamo blaterando. Parliamo, raccontiamo scriviamo finché non leggeranno in modo obiettivo.
E vorrei sbagliarmi davvero. Vorrei che le cose fossero più semplici. Vorrei che adesso leggessimo obiettivamente. (Magari potremmo scoprire di trovarci d’accordo). Perché in fondo lo sappiamo tutti: il merito non ha sesso. Lo sappiamo. Ma se stiamo pensando al genere di chi ha scritto piuttosto che al contenuto, forse, dovremmo leggere meglio.

Beatrice d’Abbicco ha scritto per Clitoridea anche “Lettera a una discriminazione di genere”.

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