ClitorideaScrive

“Caro papà…”

Caro papà,

chi ti scrive è la tua bambina.
Stravedo per te. Abbracciare la tua pancia è un po’ faticoso perché sei molto grande e hai una pancia enorme e io ho le braccia piccole. Ma non fa niente. Anche se non ci riesco tu sai che ti voglio bene. Tu invece mi ami. Lo vedo da come mi guardi, da come mi insegni a stare in equilibrio sulla bicicletta, da come mi fai vedere con orgoglio tutte le cose che hai comprato. Non so in quale casa siamo. Se la numero uno o la numero cinque. Quello che so è che in ogni casa tu ci metti il tuo cuore. Lo lasci lì, incastrato nella porta d’ingresso, come fosse una pietra preziosa.
Ti vedo ogni tanto sai? Sei un po’ triste. Non capisco cosa dite tu e mamma. Però sento pronunciare sempre una parola: lavoro. Ho capito che deve essere qualcosa di importante e di cui non si può fare a meno. Ma forse lo scoprirò quando sarò più grande.
Adesso devo giocare. Devo capire perché gli altri bambini mi prendono in giro perché ho gli occhiali. Devo prestare i miei giocattoli e se me li prendono e se li portano a casa, la mamma mi dice che non fa niente, che devo essere generosa. Tu poi me le ricompri quelle Barbie e le pentoline. Me ne hai comprate un mondo. Devo accettare questo piccolo bambino che sarebbe mio fratello. Io non lo volevo, ma siete tutti così felici…Tu, papà, preferisci me. Lo so. Quello è un maschietto piccolo. Io sono la tua femminuccia e sono grande.

Caro papà,
chi ti scrive è tua figlia.
Sai, quella alla quale compri gli assorbenti. Li sbagli sempre, ma non fa niente, li uso lo stesso. Le prime volte che andavi al supermercato eri impacciato e non li chiedevi alla commessa. Perdevi tempo tra gli scaffali. Sapevi che forma avesse il pacco, ma non sapevi che fossero tutti diversi gli assorbenti. La tua formula è sempre stata: prezzo alto = buona qualità. Peccato che io usi quelli più economici. Non mi è ancora così chiaro perché gli assorbenti debbano costare così tanto.
Anche se ormai ho il sangue, per te sarò sempre la tua bambina. Non me lo dici chiaramente in faccia, ma lo capisco. Mi dici di tornare presto, ché mio fratello può tornare più tardi perché è maschio. Ricordi quando mi ha vista con D. che era seduto sul muretto ed io appoggiata tra le sue gambe? Non stavamo facendo niente di male, però ti sei arrabbiato, sei sceso dalla macchina e mi hai fatto fare una figuraccia davanti tutte le mie amiche. E ti ricordi quando ti ho detto che D. mi picchiava? Ero così spaventata da non riuscire a dire niente a nessuno. Dopo un anno ci sono riuscita, ma tu non mi hai mai creduta per davvero. Lo hai invitato alla festa dei miei diciotto anni, dopo che ci eravamo lasciati. Tu non lo sai, ma quando l’ho visto, perché io non sapevo che sarebbe venuto, mi sei morto dentro. Mi avevi detto che mi avresti difesa, perché ero la tua bambina. Ma non lo hai fatto. Ti ho odiato così tanto… Da quel giorno, per me non eri più il mio papà.

Caro papà,
chi ti scrive è la tua figlia un po’ cresciuta.
Oggi ti guardo con scetticismo. Tu mi guardi con aspettativa. Ormai sono grande, dicono. Dovrei pensare al matrimonio. Porto a casa tanti fidanzati, ma non mi sposo mai con nessuno. Anzi, li lascio perché non mi piacciono più. A te questa cosa non piace. E ti confesso una cosa: nemmeno a me piaceva amare qualcuno e poi non provare più nulla. E lo so, siete cresciuti con altri valori tu e mamma. Ma sai, papà, i tempi sono cambiati, e anche se tu non lo accetti, è così.
Ricordo una cosa del mio passaggio da bambina a ragazza. Incitavi tuo figlio a studiare. Elogiavi i suoi disegni, il suo essere artista. Quanto lo amavi per questa cosa… Io invece non ero più una bambina. Per me sognavi il matrimonio, l’abito bianco, dei figli. Mi dicevi di non lavorare perché a me potevi pensarci tu. O forse, a un certo punto, poteva pensarci mio marito. Per tanti anni mi hai fatto pensare di essere sbagliata. Rincorrevo il tuo sogno come fosse il mio. Non sai quanto mi sarebbe piaciuto vederti arrabbiato perché avevo lasciato gli studi. Non sai quanto mi sarebbe piaciuto essere un maschio per avere la tua stima.

Caro uomo,
a scriverti è una donna.
Con il tempo ho ricominciato ad amarti. Ho iniziato a vederti come una persona, con i suoi pregi e i suoi difetti. Lo so che ancora ci speri. Vorresti ancora vedermi in abito bianco. Vorresti un nipotino sulle gambe. Ti vedo sai? Quando prendi in braccio i figli delle mie cugine. Ci giochi e poi mi guardi. Nei tuoi occhi vedo la delusione. Ti ho deluso, lo so. Non mi sono sposata e ti ho detto in faccia che non lo farò mai. E ho aggiunto che, almeno da parte mia, non sarai mai nonno.
Ma voglio dirti una cosa, la più importante.
Ho sofferto in un modo inimmaginabile per te. Per le cose brutte che hai fatto e che non riesco a raccontare. Ho sofferto tantissimo perché nei tuoi occhi non ho visto più l’amore che un padre prova per la sua bambina quando è piccola. Intendiamoci, lo so che mi vuoi bene. Ma so anche che ti ho delusa.
Ti dico un’altra cosa, papà. Sono una donna felice, anche se ai tuoi occhi sono sempre arrabbiata. E sai, ho imparato a difendermi da sola. Sono una donna in parte realizzata e so che voglio fare cose grandi nella vita. O magari no. Rimane il fatto che sono felice e che tutte le mie scelte e i miei traumi mi hanno portata dove sono oggi. Non ci crederai, ma a me sta bene così. Senza un matrimonio e senza figli. Ho voluto altro per me.
Ti voglio bene papà. E spero davvero che, un giorno, tu possa essere davvero orgogliosa di me.


Con affetto e rabbia,
tua figlia, sempre bambina ma anche donna.

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