storie

“13 anni in provincia: come Jen Lindley a Capeside” di Chiara Massaini

Ammetto di averci da sempre saputo fare con i maschi con pene in dotazione. A 10 anni avevo già capito che dietro alla mia vulva si celavano strani meccanismi di potere che avrei potuto a stento controllare. Ma, prima di tutto, avevo capito quanto il sesso fosse un ago della bilancia nelle vite dei giovani di provincia.

Non perde l’occasione di farmi andare indietro con la memoria il muro che ho di fronte: è vecchio e cade a pezzi, l’intonaco arancione ormai è diventato color pesca e il punto in cui incontra l’asfalto è assediato da vecchie lamiere e cianfrusaglie.

Inciampo contro un ferro arrugginito, ma rialzo subito la testa.

Quella palazzina decrepita è la palestra delle scuole medie del paese, il mio posto nel mondo negli anni dell’adolescenza e della pallavolo. Amavo portare quei pantaloncini aderenti, sperare di piegarmi abbastanza da attirare l’attenzione del mio ragazzo e i suoi amici, i cui ormoni si potevano respirare fino a ZONA 6. Chiudersi negli spogliatoi con le compagne di squadra per guardarci vicendevolmente la vagina e scoprire che dopotutto eravamo simili, pelo più pelo meno.

Ma più importante della palestra in se, dei suoi spalti e del suo pavimento arancione in linoleum su cui ho lasciato le ginocchia più volte, era senz’altro il suo muro esterno. Ci confidavamo con lui, e lui ci ascoltava taciturno. Tutto ciò che serviva era un pennarello, il più gettonato l’Uniposca rosa cremoso, e una dose abbondante di frustrazione, paura e smarrimento che di certo non mancava. Bastava scrivere insomma, lasciare che tutto quel senso di inadeguatezza si depositasse sul cemento per essere accolto dal futuro lettore o lettrice.

Cerco curiosa il mio nome, sono sicura che sia lì da qualche parte. Esamino attentamente ogni angolo buio mentre il vento forte cerca quasi di indirizzarmi proprio lì, dove è giusto guardare.

IL MURO

“MASSAINI TROIA”

Qualcuno pensava che esagerassi, che mi stessi mangiando la torta di compleanno troppo in fretta. Che stessi spuntando con troppa rapidità la mia To-do List della perversione. “Non voglio fare la sua fine” si confidavano le coetanee alle mie spalle. Ma quella era la mia torta, la mia fica, e la mia voglia di donarla al mio ragazzo.

Che poi con la mia fica ci faceva ben poco, perché a lui interessava il mio culo e io, pur di non perdere questa benamata verginità perché a “13 anni è troppo presto” e pur di mantenere il senso di appartenenza al gruppo dei socialmente distinti, glielo cedevo volentieri. Un anno dopo scoprii che mi tradiva e che, oltre a narrare le nostre scopate anali, raccontava anche dei baci appassionati che dava alle altre ragazze. Coetanee che mi temevano per la mia sicurezza e quel ciuffo di capelli sulla fronte che era ormai diventato un tratto distintivo della ragazza che ce l’aveva fatta. Che aveva avuto la sacra approvazione del ministero dell’adolescenza fallocentrica.

Mi odiavano con la stessa intensità con cui io odiavo loro.

Ed è tutto su questo muro.

IL MURO

“CHIARA M. SEI BRAVA SOLO A FARE LE SEGHE”.

La mia terapista dice che sono un’esploratrice, lo sono sempre stata.

Da piccola fuggivo spesso dal catechismo insieme a un paio di amici fidati. Un po’ perché forse avevo già capito che credere in Dio, non faceva per me. Un po’ perché c’erano cose che mi appassionavano di più.

IL MURO

“CHIARA M. TROIA A MORTE”

La primavera che sbocciava.

Accarezzare l’erba alta correndo via dalla suora che provava a stento a rincorrerci, facendo intravedere le cosce ai più piccoli abitanti della campagna. Provare a infilare la lingua in bocca al mio fidanzato nel bagno delle elementari suggerendo “ho capito che i grandi baciano così, l’ho visto su MTV”.

Ero curiosa della natura delle cose, di ogni cosa. Anche del sesso.

Il sesso è una cosa naturale? Mi chiedo mentre guardo l’albero poco sopra il campetto da calcio. Mi piaceva praticare del sesso orale sotto a quel verde, emozionata all’idea che qualche compaesano annoiato potesse spiarmi scostando lentamente le tendine a fiori della cucina.

Non so dare una risposta a questa domanda. So solo che i casi sono due, e per dire questo basta aver avuto 13 anni una volta nella vita o aver visto per sbaglio una puntata di Dawson Creek:

  1. Puoi scegliere di essere una Joy Potter (non sta bene fare sesso, “mi hanno insegnato così” e quindi giudichi chi riesce ad esplorarsi grazie a questo potentissimo mezzo);
  1. oppure scegli Jen Lindley e ti prendi la briga di andare controcorrente.

Scelsi la seconda, e questa mia sovversione mi fece guadagnare una scritta più grossa delle altre proprio di fianco all’ingresso principale della scuola. “Massaini Puttana” , un buongiorno affettuoso che rimarrà 2 giorni sul cemento prima di essere ridipinto di bianco, 14 anni sul mio stomaco. E forse sto ancora digerendo gli ultimi bocconi amari.

Ho sempre saputo che a scrivere di me sul muro fossero state delle ragazze. Più io mi sentivo sicura col mio corpo e lo mostravo, più loro mi giudicavano perché avevo il potere magnetico e ammaliatore, tipico di Jen appunto. Di conseguenza, ho odiato il genere femminile fino a qualche anno fa: mi sentivo perennemente in competizione con le donne e facevo di tutto per differenziarmi, per attirare lo sguardo maschile, mio unico alleato, o almeno così credevo, nella mia esplorazione sessuale.

Questo mi ha portata a dire sempre sì, quasi per ringraziarli di avermi sempre voluta, fino a non sapere più che cosa mi piacesse davvero, o cosa non mi piacesse affatto. Ero una sorta di robot sessuale con un chip infilato nel culo contenente kilobyte di porno mainstream.

Vi avrei fatto vedere la mia faccia, dopo 14 anni di penetrazioni, quando ho scoperto che per venire dovevo semplicemente fare amicizia con il mio clitoride. In camera mia. Da sola. Non con un uomo ma con un wand carico al mio fianco.

Dove voglio arrivare? Se tutto questo significa essere TROIA, ovvero amarsi, spogliarsi, perdere se stess* per anni e riscoprirsi con un vibratore in mano, allora sì, sono una TROIA FIERA E FELICE.

Continuo a fissare il muro mentre mi abbandono a questo flusso di coscienza, guardo la finestra poco sopra l’albero dei pompini e vedo che un uomo intanto mi fissa incuriosito. Appena incontro il suo sguardo si spaventa, e io lo mando a fanculo, mentre la tendina a fiori si richiude velocemente. È lui, è sempre lui, penso.

E poi all’improvviso sento un dolore alla caviglia.

Mi tiro su i jeans e vedo un rivolo di sangue che piano piano cade a terra. Sarà quel vecchio ferro arrugginito che ho calpestato poco prima.

Mi sono riappropriata del dolore, così come del mio corpo.

Sorrido.

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