Racconti

“Tocco” di CarEmme

Disegno dell’autrice

Giugno. Ore 19:43. Sono appena tornata a casa. Poso lo zaino all’ingresso, mi spoglio, vago nuda in cerca di una maglietta. Sul pavimento trovo quella che ho prestato a lui ieri notte. Me la infilo alla rinfusa e mentre l’orlo del collo in cotone mi sfiora la punta del naso, vengo investita prepotentemente da una zaffata del suo odore. Sorrido ad occhi chiusi mentre un brivido leggero mi percorre dallo stomaco lungo la schiena. Riaffiorano le sensazioni della sera precedente, il peso del suo sguardo sul mio corpo. Io stratega che lo sfioro per rivelare le intenzioni. Scoprirmi casuale seduttrice mi eccita da morire. Cerco il tabacco, mi giro una sigaretta ed esco sul balcone. Nelle cuffie i Danger Incorporated cantano Forever, mi siedo con le ginocchia nude al petto. Annuso la mia pelle che sa d’estate, che sa ancora un po’ di lui. Domani e dopodomani resto a casa. Aspetto l’esito del tampone di un’amica. Non ho detto nulla a nessuno. Mi è venuto il ciclo. La mia stabilità mentale è dunque molto vacillante. Inalo ed esalo il fumo dalla sigaretta osservando le mille vite che riesco a scorgere oltre i vetri che si affacciano sul cortile del mio condominio. Mi diverte l’idea che mentre ognuno, nei suoi pensieri vive, io nei mie stia scopando, surfando le onde dei ricordi che si infrangono nei turbinii della mia mente. La gestualità del fumare mi riporta 24 ore indietro, quando fumavo insieme a lui, prima di spegnere la sigaretta fissandolo negli occhi e svestendomi sedevo a cavalcioni su di lui sul divano. Vorrei solo una cosa adesso. Come ieri sera, riaddormentarmi di nuovo mentre lo abbraccio per scaldarlo. Sentirlo avvinghiarmi nella notte perché ha voglia di sesso, come avesse osservato i miei sogni, avvertito le mie vibrazioni. I morsi sul sedere. Le mani sui fianchi. La mia lingua sui lobi bucherellati dai divaricatori. Poi riaddormentarsi. E all’alba in dormiveglia afferrare il suo pene che assomiglia a un piccolo indifeso esserino. Sentirlo diventare adulto, duro, dentro la mia mano danzante sul ritmo delle nostre reciproche attrazioni. E infine rimanere lì, uno sull’altro, un bacio rubato sulla tempia dopo l’amplesso, il sapore del suo sperma ancora in bocca, le chiazze viola mezzo alle natiche. Ho il terrore che questo sia tutto nella mia testa, ma poi avverto forte queste sensazioni. Le sento crescere, vivere esplodermi dentro le vene come fuochi d’artificio la notte di San Rocco in piazza. E mi ricordo che sono viva. Che posso accucciarmi con la fronte contro la sua schiena e stare. Stare lì ferma senza dover fare nulla se non sentire. Riconnettermi con ciò che sento, con ciò che sono. La mattina oziare schiena a schiena, il tocco delle nostre natiche al buio delle serrande. Lo stesso buio nel quale la notte, strafatto ed ubriaco, mi cercavi per non farmi andare via. Ed io, ubriaca e strafatta, decidevo di restare.

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