Devi sapere che...

“Le donne durante i conflitti. Il comfort system e il Tribunale di Tokio: la rottura di un silenzio lungo e doloroso” di Selene Rosselli

“Un impegno nel proteggere i diritti delle donne nei conflitti e garantire la giustizia di genere nelle transizioni, richiede una comprensione di come il patriarcato, il militarismo e il nazionalismo interagiscono per produrre identità ed esperienze di genere che sono nemiche delle donne nei conflitti e nelle transizioni”.1

Negli anni ’30 e ’40, migliaia di donne furono rapite, violentate, costrette alla schiavitù sessuale e assassinate da ufficiali militari giapponesi.
Per più di cinquant’anni queste donne sono state costrette a mantenere il silenzio, e persino i tribunali, come il Tribunale militare internazionale per l’Estremo Oriente, non hanno riconosciuto i crimini di schiavitù sessuale e stupro come crimini di guerra.
Infine, dopo sessant’anni, il Tribunale internazionale per i crimini di guerra delle donne (chiamato anche Tribunale di Tokyo) che si è svolto dall’8 al 12 dicembre 2000 ha riconosciuto la responsabilità del governo giapponese per il cosiddetto “sistema di comfort” che ha avuto luogo durante i conflitti degli anni ’30 e ’40.
Alla luce degli importanti risultati raggiunti per i diritti umani delle donne, qual è stato l’impatto del Tribunale di Tokyo per l’evoluzione del femminismo globale?

Dal massacro di Nanking al sistema di confort: lo stupro come arma di guerra

L’uso dello stupro di massa durante il conflitto da parte delle forze militari giapponesi iniziò ben prima della Seconda guerra mondiale.
Durante la seconda guerra sino-giapponese, l’esercito imperiale giapponese attaccò la città cinese di Nanking per sei settimane causando circa 200.000 morti. Il cosiddetto “stupro di Nanking” fu caratterizzato da una serie di atrocità, in particolare dall’elevato numero di violenze sessuali. Come afferma uno dei veterani di guerra giapponesi nel documentario In the Name of the Emperor: “Sarebbe stato meno grave se le avessimo soltanto violentate, ma le abbiamo sempre anche pugnalate e poi uccise. Perché i cadaveri non parlano“. Infatti, sebbene la violenza sessuale non fosse prescritta dai comandanti dell’esercito giapponese, fu ampiamente tollerata e persino incoraggiata per sostenere il morale dei soldati, fino a quando non divenne una vera e propria arma di guerra.

La ricorrenza di stupri e omicidi sistematici da parte dell’esercito giapponese iniziò ad essere una “routine quotidiana”, e persino una necessità.
In effetti, le truppe giapponesi iniziarono ad usare la violenza sessuale come arma di guerra per varie ragioni.
Prima di tutto, lo stupro era diventato una maniera di esercitare il potere. Essere violentati e torturati metteva i cittadini in una posizione di terrore davvero vulnerabile, e l’esercito giapponese pensò che più persone avrebbero violentato e torturato, maggiore sarebbe stata la loro sovranità.
Inoltre, lo stupro fu visto come uno strumento efficace per umiliare i cinesi. Le truppe giapponesi violentavano le donne per strada, nelle loro case, davanti alle loro famiglie, ai loro genitori e ai loro figli. I padri furono costretti a violentare le loro figlie, e i figli le loro madri. Donne di tutte le età furono violentate, come testimonia un veterano giapponese: “Quando le violentavamo, le guardavamo come donne, ma quando le uccidevamo, le vedevamo come qualcosa di simile a dei maiali“.
Lo stupro di massa venne utilizzato anche per infondere terrore. I militari giapponesi volevano che le donne pensassero di non poter sfuggire allo stupro: “Le donne hanno sofferto di più … Non importa quanto giovani o vecchie, non potevano sfuggire al destino di essere violentate. Inviammo camion da Hsia Kwan nelle strade della città e nei villaggi per catturare molte donne. E ognuna di loro fu assegnata a 15-20 soldati per rapporti sessuali e abusi2.
La prostituzione forzata divenne anche una pratica usata per proteggere i soldati. Secondo la superstizione militare fare sesso prima delle incursioni militari era come una benedizione protettiva, giustificata anche dalla cultura giapponese dell’epoca che pretendeva che i bisogni maschili e la mascolinità avessero la precedenza e che fosse dovere di una donna servire gli uomini3.

La violenza sessuale era ormai una consuetudine tra i soldati giapponesi e si trasformò in un sistema organizzato di prostituzione militare per soddisfare al meglio le truppe: il cosiddetto “sistema di comfort”.
L’esercito giapponese, dal 1932, iniziò a reclutare, rapire e spedire donne dalle colonie giapponesi (in particolare Corea, Cina, Taiwan, Filippine e Indonesia) alla schiavitù sessuale nelle nuove stazioni di conforto con sede nei territori occupati giapponesi.

Le donne di conforto, chiamate anche ianfu4, erano costrette ad offrire prestazioni sessuali fino a cinquanta uomini ogni giorno, lontano dalle loro case, senza ricevere alcun pagamento, come testimonia una delle donne di conforto sopravvissute, aveva solo quindici anni quando fu reclutata: «Di solito arrivavano quindici soldati ogni giorno, ma nel fine settimana il numero superava spesso i cinquanta. I soldati arruolati arrivavano tra mezzogiorno e le 17:00 il sabato e dalle 8:00 alle 17:00 la domenica. Gli ufficiali invece arrivavano ​​dopo le 19:00. Se la mia vagina era gonfia ed era difficile da penetrare, i soldati mettevano un unguento sul preservativo e facevano forza per la penetrazione. Se per caso non mi accorgevo che le mie mestruazioni erano iniziate e un soldato vedeva il sangue, si arrabbiava, mi schiaffeggiava e mi colpiva»5.

L’impunità degli autori era facile da raggiungere, e ciò portò al mancato raggiungimento della giustizia rispetto ai crimini di guerra di genere; il che contribuì anche alla percezione che lo stupro e gli abusi sessuali siano aspetti inevitabili del crollo dell’ordine sociale che accompagna la guerra.

L’arrivo del femminismo ed il Tribunale di Tokyo

Fortunatamente, dagli anni ’90 in poi, grazie ai nuovi movimenti femministi e soprattutto alla Campagna globale per i diritti umani delle donne, fu portata nuova attenzione internazionale ai crimini di genere durante i conflitti.
Le testimonianze di Kim Hak-soon e di altre vittime coreane scioccarono l’opinione pubblica.
La comunità internazionale iniziò a riconoscere le gravi violazioni dei diritti umani durante il sistema di comfort e l’importanza per le comfort women di ristabilire la loro dignità.

La Conferenza di Vienna sui diritti umani del 1993 riconobbe infine che la violenza contro le donne durante i conflitti va contro i principi fondamentali dei diritti umani e del diritto umanitario. Il piano d’azione adottato durante la Conferenza mondiale sulle donne di Pechino del 1995 specificò che la violenza contro le donne in tempo di guerra costituisce crimini di guerra e che i paesi dovrebbero indagare e fornire riparazione alle vittime.

Ma un passo storico è stato compiuto nel 1993 dal Segretario Generale del Primo Ministro giapponese, Yōhei Kōno, che dopo cinquant’anni di negazionismo, riconobbe per la prima volta l’implicazione dell’esercito imperiale giapponese nel sistema di comfort.
Dopo la conferenza internazionale del 1997 “Violence Against Women in War” tenutasi a Tokyo, l’idea di creare un tribunale popolare per giudicare la violazione dei diritti umani delle donne da parte del governo giapponese divenne più chiara e la rete Violence Against Women in War (VAWW-NET) organizzò il Tribunale internazionale delle donne per i crimini di guerra sulla schiavitù sessuale militare del Giappone, che si è tenuto dall’8 al 12 dicembre 2000.

Anche se sono passati cinquant’anni e la maggior parte delle vittime ha ormai circa ottant’anni, l’importanza di una condanna degli autori e del governo per l’uso del comfort system fu di grande interesse internazionale.
In effetti, non solo questo tribunale era l’ultima possibilità per le comfort women di chiedere giustizia, ma lo scopo principale del tribunale di Tokyo era quello di porre fine alla “cultura dell’impunità” per la violenza contro le donne durante i periodi di conflitto.

Dopo tre giorni di ascolto delle testimonianze di settantacinque ex comfort women, il tribunale giudicò finalmente la responsabilità dell’imperatore giapponese per aver lasciato che il sistema di schiavitù sessuale continuasse mantenendo il suo silenzio, segnando la fine della vita di vergogna e oltraggio che le vittime erano obbligate a vivere, e dimostrando che lo stupro praticato nelle stazioni di conforto non era una conseguenza inevitabile della guerra.

L’uso femminista di un tribunale d’opinione per combattere la violenza contro le donne è un modo innovativo e stimolante per responsabilizzare ai diritti umani delle donne. La sentenza finale del tribunale di Tokyo rappresenta un impegno trasformativo che negozia il nesso tra uso formale e informale della legge, in un quadro di solidarietà transnazionale.
È la prova che gli stati non possono, attraverso i loro accordi politici, ignorare o perdonare i crimini contro l’umanità commessi contro gli individui.
Questa conquista ci dimostra quanto i movimenti femministi siano oggi la chiave per implementare l’uguaglianza e la giustizia di genere, perché tutt’oggi, anche se non sotto ai nostri occhi, ogni volta che gli uomini fanno la guerra, le donne subiscono abusi e violenze.
La vulnerabilità delle donne durante le guerre ha reso l’uso degli abusi di genere un’usanza quasi innocente, e la fine della Seconda guerra mondiale non ha purtroppo messo fine a questa pratica.
Ogni volta che si verifica un conflitto, la violenza contro le donne riappare. Per questo motivo la condanna di queste atrocità come crimini di guerra è essenziale.
Ogni guerra, è anche una guerra contro le donne.

1 Reilly, “Women’s Human Rights’, 97.

2 Chang, The Rape of Nanking: The Forgotten Holocaust of World War II, 77.

3 Hicks, The Comfort Women: Japan’s Brutal Regime of Enforced Prostitution in the Second World War.

4 Lévy, “Femems de Réconfort de l’armée Impériale Japonaise: Enjeux Politiques et Genre de La Mémoire.,” 2

5 Testimonianza di Kim Gun-ja, dalla sentenza del 4 Dicembre 2001 del Tribunale Internazionale delle donne per i crimini di guerra sulla schiavitù sessuale delle forze armate giapponesi


Selene Rosselli ha 25 anni ed è originaria di Firenze.
A 19 anni parte per Parigi dove ha vissuto per 5 anni e consegue una laurea in giurisprudenza.
Nel 2019 torna in Italia per seguire il corso di laurea magistrale all’università di Padova in “Human Rights & Multi-level Governance” (il corso è interamente in inglese).
Nonostante si sia sempre interessata alle politiche di genere, ha iniziato ad approfondire le sue ricerche quando a Marzo rimane incinta del suo primo figlio, accorgendosi che in Italia non esisteva nessuna misura che tutelasse le studentesse madri.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...