Racconti

“Luna” un racconto di Sheerazade

Illustrazione di Glam Becket



La prima volta che Lui la prese era una giovane donna dall’aria ordinaria, un volto ancora da bambina, da brava bambina, tondo e pulito, con grandi occhi scuri da cerbiatta. A primo impatto, sembrava sempre fredda, distante, un po’ snob, come se camminasse a mezzo metro da terra e guardasse tutti dall’alto in basso. Invece quel giorno se ne stava in ginocchio, piegata in avanti con la guancia sinistra premuta sul freddo pavimento in cotto, le mani legate con una corda dietro la schiena e le caviglie strette da cavigliere e catene che ne limitavano i movimenti. Lui le aveva fatto assumere una posa piuttosto scomoda, non solo era costretta a starsene culo all’aria, con le cosce quanto più aperte possibile, ma doveva anche tenersi in precario equilibrio sulle dita dei piedi, privata della vista da un foulard di seta.
La posizione la rendeva dolorosamente consapevole di tutto il suo corpo, di ogni muscolo teso nello sforzo di conservare quella staticità che Lui aveva definito “Perfetta”, riempiendole il cuore di un moto d’orgoglio. Non lo vedeva, non sapeva neanche se fosse ancora vicino a lei, perché le aveva detto “Aspetta così” e poi lo aveva sentito prima muoversi per la stanza, poi all’improvviso solo silenzio, condito dai deboli rumori del traffico cittadino che filtravano dalla finestra chiusa. Forse era uscito, l’aveva lasciata sola su quel pavimento freddo e duro, a combattere con la forza di gravità in una battaglia sempre più impari. Forse si trovava proprio dietro di lei, ad osservarla in ogni minimo dettaglio, a godere della visione del suo corpo completamente offerto a Lui, modellato da Lui. Il primo pensiero la terrorizzava e le annodava lo stomaco in un grumo gelato, il secondo invece quel grumo lo scioglieva e lo faceva colare tra le sue gambe, tra le labbra sempre più umide, aperte, invitanti. Il primo pensiero le faceva venire voglia di spostarsi, appoggiare almeno il dorso dei piedi sul pavimento, spostare un po’ le ginocchia, mettersi più comoda, il secondo le faceva inarcare ancora di più i piedi e la schiena, spingere il culo in fuori, offrirsi di più, offrirsi meglio. Entrambi i pensieri si alternavano come le pale di un mulino a vento nella sua testa, facendole fischiare le orecchie e battere il cuore.

Lo sentì rientrare, prima che con l’udito, da come improvvisamente cambiò l’aria nella stanza. Un soffio elettrico sembrò sfiorarla, facendole drizzare i peli sulle braccia e provocandole un brivido lungo la schiena. Si risentì. Il pensiero di essere stata tutto quel tempo da sola, esposta al solo sguardo del muro, la fece sentire sciocca, le fece sembrare il suo sacrificio inutile e pensò di punirlo: mentre Lui le girava attorno, sciolse i piedi e li appoggio con il dorso a terra. Lui non disse nulla, ma lo sentì bloccarsi. Era al suo fianco, dietro di lei, se si concentrava le sembrava di riuscire a distinguere il rumore del suo respiro, lento e regolare, così sicuro, così tranquillo. Sentiva il suo sguardo su di lei e si arrabbiò ancora di più con se stessa per non aver capito prima che Lui non poteva essere in quella stanza, perché adesso che Lui era lì le sembrava di bruciare in ogni cellula sotto i suoi occhi indagatori, non aveva alcun dubbio sulla sua presenza. Continuò a sentirsi sciocca e a lasciare i piedi ostinatamente distesi sul pavimento.
Il tocco improvviso della sua mano la fece sobbalzare, anche se era un tocco delicato, caldo, amorevole quasi. Tutto si sarebbe aspettata tranne che quello, tranne che sentire la Sua mano percorrere con calma ogni curva della morbida collina del suo culo, tranne che sentire le dita scivolare quasi con noncuranza tra la fessura delle natiche, tranne che sentirgli mormorare un basso Sei bellissima, mentre ad ogni tocco dissolveva in lei il muro di risentimento e lasciava riaffiorare l’eccitazione bruciante. Spinse ancora di più il culo in alto, verso la sua mano, e tornò a puntare i piedi sulla punta delle dita, in equilibrio instabile, con un sospiro di piacere. Fu solo allora che arrivò, ancora una volta inaspettato, il colpo. Mentre ancora sentiva il tocco morbido e delicato della sua mano, ecco il morso secco e doloroso del frustino. Le sfuggì un grido, un mugolio acuto in cui piacere e dolore si mischiavano inestricabilmente. La pelle bianca cominciò subito ad arrossarsi, lo sapeva, perché sentiva la zona riscaldarsi e pulsare, diventare come un piccolo cuore aperto e battente, e sentiva ancora le sue dita passarci sopra con delicatezza, lenire il dolore col piacere. Anche il secondo colpo le strappò un grido e la colse un po’ di sorpresa, ma meno del primo. Ancora una volta Lui alternava il dolore del frustino alla dolcezza delle carezze, ancora una volta lei si scioglieva in umori liquidi che le facevano luccicare la fica, rossa e succosa come un frutto maturo. Tre colpi, rapidi e decisi, uno dietro l’altro, le mandarono metà culo in fiamme ma quale delizia erano poi le carezze che seguivano, sulla pelle arrossata e sensibile, a quella dolce tortura. Lui continuò così, a colpirla con il frustino e a far seguire a quei colpi delicate carezze, a torturarla di piacere fino a quando tutto il suo culo non fu striato di rosso fuoco, fino a quando lei non si lasciò sfuggire, in un basso lamento, un Basta, ti prego, che suonava tanto come un Non fermarti, ti prego.

Ma Lui si fermò, allontanò la mano e il frustino e disse solo “Non sei rimasta ferma come ti avevo ordinato”. Lei sentì riaffiorare la vergogna e la rabbia per la solitudine, qualcosa dovette trapelare nel suo tono quando disse “Ho aspettato a lungo” perché il colpo che le graffiò le carni sembrò essere più secco e non fu seguito da dolci carezze.
“Non essere impertinente” disse Lui. Il tono sempre calmo, profondo, intenso. Quel colpo la ferì, quelle parole la ferirono e tirò su col naso, proprio come una bambina, mordendosi le labbra. Lui si mosse, sfiorandola appena con la punta del frustino, mentre le diceva “Sono sempre qui, con te, anche quando non ci sono. Devi imparare a sentirmi, con la tua fica e con ogni centimetro del tuo corpo”. Vibrò un altro colpo sulla sua pelle diafana, lei mugolò ancora ma questa volta non c’era dolore nei suoi sospiri, era come se ogni resistenza fosse caduta con le parole di Lui, al passaggio del suo frustino, come se imprimesse in lei il solco profondo del suo transito. E lei, fattasi terra umida e fertile, si lasciava arare, godeva ad ogni urto, accoglieva con gioia quella lezione che, attraverso il suo corpo, educava la sua anima. Si immerse talmente in quelle sensazioni che dapprima non colse il suono della zip, la sua mente lo registrò come un rumore indistinto ai limiti esterni della sua attenzione, ma quando sentì la punta del suo cazzo incunearsi tra le sue labbra eruppe in un grido di piacere e trionfo. Lui affondò in lei, nel suo piacere liquido e caldo, la penetrò in profondità e con intensità, colmò le ferite che aveva aperto e le regalò il suo e il proprio piacere.

Quando si staccò da lei, le liberò per prime le mani e lei si accasciò scompostamente sul pavimento, sciogliendo con cautela le spalle doloranti. Lei sollevò la benda dagli occhi, lo cercò con lo sguardo e incontrò il suo calmo sorriso.

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