Devi sapere che...

“Ho rotto gli occhiali: cecità di genere” un articolo di Miriam Latronico

Hai mai indossato degli occhiali da vista di qualcun altro?
Per il proprietario sono una vera salvezza, tutto è nitido e chiaro. Se lo incontri per strada, può salutarti o ignorarti consapevolmente, può scansare buche o merde.
È presente a sé stesso e può muoversi nel mondo.
Se per caso, indossi quello stesso paio di occhiali, avverrà per te una deformazione del reale, la testa potrebbe iniziare a girarti e sentire l’impulso di lanciare quell’oggetto infernale.
Presupponiamo che invece non ti è consentito farlo.
Ipotizziamo che sei, volente e nolente, costrett* a girare per le strade della tua città con degli occhi che non sono i tuoi.
Ti guarderai allo specchio ma non riuscirai a vedere con precisione i tuoi lineamenti, non capisci se stai solo pensando di sorridere o lo stai facendo davvero, il tuo corpo ha forme indefinite che senti estranee. Non riuscirai a capire qual sia la reale distanza tra te e le cose, le famose merde di cui sopra, tu, invece, le incontrerai e schiaccerai tutte.
Inizierai a sentirti a disagio.
Inizierai a sentirti fuori luogo.
Inizierai a pensare che forse è meglio star ferm*.
Eviti danni.
Affidi i tuoi movimenti, i tuoi desideri, i tuoi bisogni, alla mercé di qualcuno che effettivamente ci vede bene. Egli sa quello che fa. Tu no.
Succede che alla cecità, o meglio ad una visione simile alla casa dei mostri che trovi nei luna-park, ti ci abitui. Pericolosamente potrebbe iniziare addirittura a piacerti ascoltare le indicazioni di qualcun altro su cosa sia giusto, opportuno, pericoloso.
Ed è esattamente questo quello che succede quando l’egemonia del fallocentrismo – letteralmente- ti penetra la membrana grigia. Da quel momento in poi sei il prodotto di quale sguardo? Quanto sei tu*?
Siamo affett* da una nuova forma di astigmatismo che incarna pienamente la sua radice greca: mancanza, privazione, non puntiforme. Ed in effetti nelle narrazioni sociali molt* non si riconosco, realtà a cui non viene concessa parola perché semplicemente per questo Grande Fratello non è degno di essere rappresentato.

A tal proposito il Cambridge Dictionary così definisce il Male Gaze: “The fact of showing or watching events or looking at women from a man’s point of view”. Termine nato negli anni ’70 per opera della regista Laurea Mulvey, si rifà alla modalità sessista di guardare e realizzare prodotti cinematografici e pubblicitari evidenziando il potere maschile e oggettivando il femminile.
L’uomo, maschio etero bianco cis, è un guerriero potente e intrepido, che ha a disposizione un premio da riscuotere come e quando vuole: la vagina che lo aspetta distesa inerte a letto.

La famosa vagina di cui sopra sarà sensuale fame fatale o all’occorrenza donna del focolare, madre e moglie devota e paziente, senza mai decidere essa stessa cosa essere, quando esserlo e con chi.
Il Male glance, invece, è un’espressione coniata dalla critica Lili Loofbourow, ed è lo sguardo veloce e distratto che l’industria culturale maschio-centrica riserva ai prodotti femminili, ritenuti obiettivamente inferiori, marchiati come femminili e quindi – sempre seguendo la logica patriarcale – inferiori, indi per cui snobbati, non presi sul serio. Lo possiamo notare anche semplicemente dalle copertine dei libri, fateci caso. La considerazione, l’impaginazione, la grafica, la classificazione, il commento al romanzo cambia in base al genere dello scrittore.

Notiamo tutti quanti quanto simili atteggiamenti si riversano anche all’interno della società andando al di là della semplice realtà televisiva?
Ciò significa che per anni si è indottrinato (e si continua a farlo) il genere maschile e femminile a rientrare in determinati standard, c’è un solo modo di essere uomo e di essere donna.

È questo stesso sguardo maschile ad aumentare la mascolinità tossica: ai bambini e ai giovani ragazzi si insegna che non bisogna esprimere le proprie emozioni, fare questo sport e avere questo passatempo, essere duri e non avere tutte quelle caratteristiche che li rende femminili, alias deboli. Crescendo diventeranno adulti incapaci di riconoscere e gestire le loro emozioni avente come unico modalità relazionale la sopraffazione.
Il sistema patriarcale non genera solo la mascolinità ma anche la femminilità tossica, che è quella che la vede necessariamente madre e moglie, economicamente dipendente ed impegnata a compiacere, qualificata ad unico caregiver poiché l’uomo non è in grado di esserlo. Una vera donna non può assumere un comportamento maleducato o brusco, se lo fa evidentemente ha le sue cose, di conseguenza intrattabile e da evitare.

Maschi contro femmine.
Femmine contro maschi.
Maschi contro maschi.
Femmine contro femmine.

Non sono semplicemente i titoli o la trama di qualche pellicola cinematografica, è realtà quotidiana: certi uomini si fanno beffa di un amico perché osa piange, certe donne invece lo fanno perché un uomo è poco palestrato. Certe donne emettono sentenze su altre donne perché vivono liberamente la propria sessualità, così come esistono uomini che giudicano l’intelligenza di una donna in base al suo aspetto.

Fino ad oggi, l’educazione di genere è sempre stata polarizzata attorno ai due ideali di maschile e femminile, accuratamente selezionati ed istituiti dalla società patriarcale e a cui tutti devono rifarsi, pena l’emarginazione e la discriminazione. Questa perenne danza di “maschile” e “femminile”, costruiti da una società educante e suoi mass media, concorre ancora oggi quindi a terribili risvolti: sessismo, maschilismo, bullismo, discriminazione del diverso, aggressività ingiustificata, violenza verbale e fisica, femminicidi ed in generale al mantenere un modello educativo non funzionale. È imperativo allora intervenire alla base – «Io chiamo ciò che facciamo ai nostri uomini e ragazzi – dice l’educatrice Caroline Heldman – “la grande trappola”. Alleviamo i ragazzi per farne degli uomini la cui identità è basata sul rigetto della femminilità e poi ci sorprendiamo se non considerano le donne esseri umani. Quindi li intrappoliamo. Prendiamo i ragazzi e ne facciamo uomini che non rispettano le donne a livello profondo e poi ci chiediamo perché la cultura dominante sia questa. L’operazione da compiere è […] di restituire a ogni individuo che nasce la possibilità di svilupparsi nel modo che gli è più congeniale, indipendentemente dal sesso cui appartiene.»

C’è una libertà da conquistare fuori dalle rigide definizioni di virilità e femminilità, reclamiamo chi vogliamo essere.





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