Racconti

“Samhain” un racconto di Poppy senza calze

Modersohn-Becker, Natura morta con zucca

Irma sospirava tirandosi più in alto, sul fianco, la piccola zucca appena recuperata per la notte dei morti. Nonostante il clima insolitamente mite quell’anno, il vento rigido di fine ottobre reclamava il suo tempo. Le sfiorava le spalle scoperte e il collo trasparente, infilandosi sotto la leggerissima camicia bianca che indossava in casa, di solito, appena tornata dal lavoro in bottega.
Un brivido, lungo la spina dorsale dal basso in su. Come le dita di Ermanno, i capelli sul viso le carezzavano le guance e le orecchie pallide. Un sorriso frustrato, a stento trattenuto, si stava facendo strada sulla punta della lingua al pensiero di quanto tempo ci era voluto per portare quella benedetta zucca a casa.
Il sole, prima alto nel cielo, iniziava ora a farsi strada penetrando le colline lontane. Era il momento di affrettarsi, altrimenti non avrebbe avuto tempo sufficiente per preparare i sacchetti anti-malocchio da distribuire ai bambini quella sera, nella notte più sottile dell’anno. Sicuramente la miscela di erbe e amuleti sarebbe stata carica come un orologio a molla, vista l’energia che sentiva fluire copiosa dal basso ventre. Sbuffò, cambiò braccio alla zucca e continuò a fluttuare verso casa, il passo svelto e il seno appuntito dal freddo e dai ricordi che stava cercando di trattenere a sé il più a lungo possibile.
Stremata dal lavoro frenetico, Irma alzò gli occhi verso l’orologio a cucù della nonna, appeso in cucina a sorvegliare vigile. Erano solo le sette, e si accasciò sulla sedia sospirando contenta. Da che rischiava di non avere tempo per finire tutto prima dell’ora di cena, aveva finito in anticipo. Decise che era il momento giusto per rendersi di nuovo presentabile: da quando aveva messo piede in casa non si era ancora neanche avvicinata ad un riflesso e aveva paura di quale immagine potesse restituirle. In bagno, trasalì ai segnacci sul seno, sui fianchi, sulle cosce, per poi addolcire lo sguardo e sfiorare le farfalle violacee con le dita delicate. Una volta percorsa la traccia del cremoso interno coscia, a gambe accostate, schiuse pian piano le ginocchia e scivolando sullo sgabello imbottito accanto alla toeletta, si insinuò tra le pieghe umide del sesso di nuovo gonfio.

Il ragazzone bruno e asciutto l’aveva guidata fino all’estremità più lontana del campo, sostenendo che le zucche migliori fossero proprio lì. Dopo aver camminato nella fanghiglia e superato un piccolo pendio, si svelò ai loro occhi quello che davvero sembrava il posto preferito del dolce e ingombrante ortaggio. Ermanno l’aveva guardata pieno di aspettativa, quasi scodinzolando al pensiero di aver fatto colpo con il suo segreto pollice verde.

Sinceramente colpito dalla puntualità di lei, famosa per mancare agli appuntamenti e non giustificare in alcun modo gli incredibili e cronici ritardi, l’aveva ammirata giungere ondeggiante e determinata, seguirlo fiduciosa e poi chinarsi ad osservare le zucche, conscia di come lui non riusciva ad allontanare lo sguardo affamato dalle sue gambe, a tratti affatto coperte dalla gonna già inconsistente. Gli aveva fatto cenno di avvicinarsi, indicando la zucca più tonda del piccolo orto. Più pesante e acerba del previsto, era costato una grande fatica al ragazzo staccarla e mettersela in spalla, si era voltato e il suo sguardo improvvisamente si era intristito, deluso dal non vedere nessuno dietro di lui.

Irma si era accovacciata e gli aveva afferrato le natiche saldamente, perché non si allontanasse dallo stupore. La fatica per tirarsi la zucca in spalla era valsa a poco, e il tonfo sordo dell’ortaggio che ora rotolava miseramente per terra aveva coperto il gemito inerme di Ermanno, spaventato e piacevolmente sorpreso dalla veemenza delle labbra della ragazza. Abbassando lo sguardo, aveva incrociato quello di lei, divertito e vagamente inquietante.

Aveva sputato, aveva leccato, avvinghiata alle sue spalle lo aveva trascinato per terra, gli aveva slacciato i pantaloni e si era sollevata il vestito. Si era incastrata su di lui lentamente, saggiando ogni centimetro di pelle tesa e ogni vena gonfia, scivolando sempre più veloce, sempre più a fondo, si era agganciata al suo pube scuro e dondolava sbattendo i glutei alle cosce del giovane in estasi, rapito dal tocco elettrico della donna.

Con un piede sul tavolino e la schiena schiacciata contro il muro, Irma sbatteva il manico della spazzola tonda contro il sesso spalancato. Soffocando i sospiri e mordendosi le labbra, cercava di non pensare alla mano intorpidita dalla frizione con il monte di Venere, nel tentativo di stimolare i nervi il più possibile e richiamare alla memoria ogni dettaglio.
Le boccette per terra, una testata sporca di calce, il rumore del campanello e la povera strega si stava catapultando giù per le scale, verso il piano inferiore. Scossa e infastidita, si era diretta alla porta d’ingresso, irritandosi per l’anticipo poco desiderato.
«Dolcetto o scherzetto?»
Due occhi brillanti, un sorriso furbo, l’avambraccio poggiato spavaldo sulla soglia ed Irma, alzato il viso verso Ermanno:
«Troppo presto, di nuovo!»

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