Racconti

“Caramella” di Alice A.

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(immagine dell’autrice)

Eccola lì, anche oggi, pensò lui, seduto alla cattedra, mentre osservava l’aula 213 riempirsi della moltitudine assonnata della lezione delle 14:30 di Letteratura Ispano-Americana. Guardò l’orologio, giusto per non sembrare fissato sulla ragazza che si accomodava tra i primi banchi, tra due amiche che discutevano animatamente. La osservava annuire di tanto in tanto, giocherellando con un Chupa Chups ancora incartato, di quelli metà bianchi e metà rosa. Stava riflettendo, si vedeva, sul fatto se fosse stato educato o meno scartarlo e gustarlo durante la lezione. Il Professore si sorprese nel ritrovarsi a supplicare che lo facesse, e allo stesso tempo timoroso che avrebbe potuto scatenare in lui una situazione affatto professionale. Va da sé, senza che i lettori siano costretti a leggerlo chiaramente fra le pagine di questo libro, che la Ragazza in questione fosse molto bella. Ma era una bellezza singolare, imprecisa, e impossibile da cristallizzare in un istante. Era una di quelle bellezze che non emergono da una foto scattata soprappensiero davanti ad una tazza di caffè al bar in centro, e nemmeno di quelle fintamente spontanee che si fanno al mare, con la pelle abbronzata che brilla di incrostazioni salmastre, e i capelli schiariti dal sole e induriti dal mare. Non era una bellezza da prima pagina, da modella. Ma piuttosto una bellezza sul punto di sbocciare, velata da una smorfia ancora infantile, immatura. Il Professore si riprese mentalmente per essersi fatto ammaliare da una situazione così spudoratamente nabokoviana; il più perverso dei cliché, la più sensuale delle torture. Di nuovo guardò l’orologio, come se volesse impedire a se stesso di piantare il suo sguardo verso la Ragazza, che alla fine, piccola impudente, aveva deciso di scartare il Chupa Chups, e, sempre ascoltando distrattamente il discorso dell’amica seduta alla sua destra – lunga, con gomiti appuntiti e una grande testa coperta di ricci indefiniti, – se lo mise in bocca, consapevole di come le sue labbra carnose avvolgessero perfettamente la sfera di zucchero, e dell’atteggiamento erotico che mostrava. Sfoggiava, forse. Si dovette sistemare meglio sulla sedia, mentre chiedeva gentilmente agli studenti di fare silenzio, perché una questione piuttosto scomoda era germogliata nei suoi pantaloni. “Bene, dove eravamo rimasti?”, disse, frugando nella cartella cercando la sua logora prima edizione di Màrquez. Memorie delle mie puttane tristi. Improvvisamente si sentì colpito da un senso di pietà e autocommiserazione verso sé stesso, sentendosi come quel vecchio porco novantenne del romanzo. Alzò gli occhi, cercando di far passare quello sguardo indirizzato alla sua personale Degaldina – che così magrolina non era, però – per una pausa intensa durante la lettura del passo. Lei stava con la testa appoggiata al braccio dell’altra amica, l’unica diligente delle tre che aveva sempre il testo a lezione, con il lecca-lecca ancora lascivamente tra le labbra, sbirciando annoiata le pagine. Quanto avrebbe voluto potersi alzare di scatto e sfilarle la fortunata caramella dalle labbra, per poterle baciare e assaporare l’eco zuccherina che di sicuro aveva impregnato quel bocciolo di bocca. Pregandola di inginocchiarsi e ripetere il trattamento. Fece terminare la lezione dieci minuti prima del previsto. Sistemò le proprie cose con una calma che non rispecchiava assolutamente l’affanno con cui palpitava il suo cuore, mentre la osservava piegare il bastoncino bianco tra i molari, seduta sul banco con le gambe accavallate, pienamente consapevole di come lo spacco della gonna rivelasse una coscia morbida e abbronzata, probabilmente reduce da un mese di festini e bagordi in Spagna con le amiche. Già, se la immaginava con un vestitino leggero senza niente sotto, saltellante sulla sabbia con due drink di troppo in corpo e un terzo nella mano, le guance arrossate dall’alcool e dalla negligenza nell’applicazione della protezione solare. La vedeva proprio, in discoteca, tra quelle altre due, che non potevano neanche minimamente arrivare ad una tale livello di spontanea e disinibita sensualità, nemmeno con le scollature profonde e le zeppe di sughero. La vedeva lanciare occhiate languide a qualche bel ragazzo spagnolo, muscoloso e abbronzato, vedeva come lui se la mangiasse con gli occhi, fino a che lei non l’avesse preso per la cinta dei bermuda e trascinato nel bagno della discoteca. E ciò a cui pensò dopo gli fece stringere i pugni così forte da conficcare le unghie nei palmi. La bocca lucida e gonfia dai baci, un’espressione di estasi così maledettamente blasfema, una Santa Teresa così perfetta che nemmeno lo stesso Bernini avrebbe potuto scolpirla meglio. E di santo sicuramente non aveva nulla. Maledetta immaginazione da scrittore! Non riusciva a togliersi quell’immagine dalla testa nemmeno sul tram, verso casa, nonostante avesse sotto il naso il consistente odore di cipolla, proveniente forse dalla busta di cartone di una vecchina ingioiellata. Il Professore sbuffò sonoramente, e poi distolse lo sguardo; ed eccola lì, aggrappata al sostegno del tram con una mano, nell’altra un libro di King, assorta nella lettura. Si passò una mano tra i capelli scuri, e per poco non finì per terra a causa di una curva presa troppo allegramente dal tramviere – il Professore stava già per prendere lo slancio per attutire il tonfo con il proprio corpo. E magari lei ne sarebbe talmente grata da lasciarti indirizzo di casa e un appuntamento a cena per discutere del realismo magico di Marquez e Allende, pensò tra sé ironico. Sorrise tra sé, però, quando lei si accorse del suo sguardo insistente attraverso il vagone affollato. Egli ammiccò di rimando. Il cuore mancò di un battito, tuttavia, quando vide che si stava facendo strada per avvicinarsi a lui. “Buonasera”, disse, appoggiandosi con le spalle al finestrino. Aveva un che di provocatorio, di sfacciato, e lui non poté fare a meno di pensare che si trattasse di uno scherzo. Tu, la più sfacciata, una mattina, durante la pausa per una sigaretta dallo studio, hai detto alle tue amiche che prima della laurea ti saresti portata a letto un professore. Te lo leggo in faccia, lo leggo tra le tue lentiggini e attraverso quello strato di rossetto lucido che continui a riapplicare durante le lezioni, anche quando non ce n’è bisogno. Lo vedo dal tuo modo svogliato di seguire la lezione, dalle magliette che scegli solo per come sottolineano l’assenza del reggiseno, e dal modo in cui ti leghi capelli con la biro. Quella cascata scura, indomita, infernale, che vorrei tirare mentre… “’Sera. Ci conosciamo?”, chiese, fingendo di non sapere di chi si trattasse.
Lei sorrise, piena di malizia fino alla punta dei mignoli.
“Sì, sono una sua alunna. La mia amica voleva essere una sua tesista ma lei l’ha rifiutata. Spada Monica.”
“Ah, ricordo. Purtroppo non curo più le tesi di nessuno, spero di non averla offesa. E Lei sarebbe?” . Gli porse la mano, piccola e inanellata: “Miriam. Miriam De Santis.”
Miriam. Miriam, Miriam… Perché tutto di te è così squisitamente empio e dissacrante, Miriam? Faresti evaporare l’acqua santa solamente immergendoci un dito…
“Scende a Largo Marinai?”, chiese lei.
“Sì esatto…”
“La vedo ogni giovedì, sa? È un tipo molto abitudinario. La mattina con il thermos e il Corriere, la sera con le occhiaie e Neruda.”
Lui rise, guardandola.
“Immagino di essere abbastanza prevedibile.”
“Non mi prenda per stalker, la prego. È solo molto interessante da osservare.”
Calcò molto, forse troppo, sulla parola interessante, accompagnandola con un battito di ciglia. Quanto impegno devi metterci a ricordarti tutte queste piccole tattiche per accalappiare gli uomini, bambina… Eppure, funzionano.
“D’altronde, sono abitudinaria anche io. Non mi piacciono le cose a caso, non mi piace il disordine e la disorganizzazione.” Piccola serpe… disse fra sé, ricordandosi come non avesse mai nulla per prendere appunti, né una copia del testo da analizzare; più volte era entrata trafelata, ben oltre il quarto d’ora accademico, con la camicetta abbottonata storta e segni inequivocabili sul collo. Sei bugiarda. Sei falsa. E ti piace prendere in giro gli altri perché ti ritieni più intelligente di tutti. Decise di tacere, fingendo noncuranza, ed estraendo il libro di poesie dalla cartella. Le sorrise come per congedarla, e si mise a leggere. Rimase delusa, glielo riusciva a leggere negli occhi. Forse non era abituata all’indifferenza. Come avrebbe potuto? Con quella pelle ambrata, con quelle gambe lunghe e sode, e con quel visino da bambola incorniciato da capelli lunghi e scuri, mossi, che ti aleggiano intorno alla fronte come se fossero manifestazione di tutto quello che ti passa per la testa. Lui si chiese se lo facesse apposta; se tutta la sua persona, il suo modo di porsi fosse minuziosamente studiato per catalizzare su di sé gli occhi degli altri. No, si rispose, sei troppo intelligente, troppo femminista per questo. Lo fai perché è quello che sei, perché anche se girassi per i corridoi con un sacco di patate informe, e cercassi volutamente di sfuggire agli sguardi altrui, comunque, inevitabilmente, ti ammirerebbero tutti. Ed è raro, raro davvero. Solo che, al posto di fingerti timorata e remissiva, come molti uomini ti vorrebbero, preferisci che gli altri sappiano, senza ombra di dubbio, che tu sai. E che ti piace. Dio, quanto ti piace. Lei si lasciò andare in un lungo sospiro, lontano parente di un gemito, e alzò gli occhi su di lui.
“Beh. Credo che sia proprio il caso che me ne vada. Lei sarà solo stasera, Professore?” Lui annuì.
Non riusciva bene a calibrare quanta confidenza avrebbe potuto concederle. Quanta attenzione. Temeva che, se fosse stato troppo accondiscendente, si sarebbe trovato con un piede nella fossa. E addio cattedra fissa. E al contempo, temeva davvero che, se non l’avesse fatto, sarebbe impazzito, lentamente, dolcemente, tutte le sere, sdraiato solo nel letto, ad aspettare che la sua immagine smettesse di tormentarlo da dietro le palpebre, per lasciarlo dormire sonni tranquilli. Decise che il gioco valeva la candela.
“Meglio che vada anche lei, manca poco all’inizio della sessione.” , replicò, e, con una scioltezza che pensava di aver perduto da anni, le sfiorò l’interno del polso con il pollice. La sentì sussultare, ma invece che cercare di nascondere il lieve rossore di cui si tinsero le sue guance, sorrise, sorniona, e si morse un labbro. Quanto ti piace… “Vero… Ci vedremo a lezione, allora.”
Se ne andò, ancheggiante. Sapeva di essere sempre più vicino al cedimento, e dunque alla vittoria di lei. Ma il Professore ebbe come la certezza, mentre infilava le chiavi nella serratura, che Miriam si fosse resa conto che, almeno stavolta, non era l’unica seduta davanti alla scacchiera. Si gioca in due, come in ogni altra cosa della vita.

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