Racconti

“Viaggi”di Pervinca

foto viaggi_man ray- ballet meccanique

                      Fotogramma de “Ballet mecanique” di Man Ray

Sono in ritardo, come ogni mattina.
Passo velocemente lungo il corridoio, mi basta il tintinnio familiare delle chiavi per farmi proiettare già fuori. Mentre scendo butto il lembo di sciarpa rossa alle mie spalle, apro il portone e copro velocemente lo sguardo con le lenti scure.
Assaporo la mattina attraverso i suoi contorni, vedo le persone salire quiete e percepisco voci e sguardi fugaci. Attraverso la strada veloce davanti a una macchina blu notte che si ferma gentilmente. Nella carrozzeria vedo il riflesso delle mie gambe che si distorcono sulle curve metalliche. È un bel giorno.
Prendo il posto in alto, nel verso opposto a quello di moto. Mi specchio e tra le trasparenze del finestrino e le ombre saturate dalle mie lenti scure riconosco la mia nudità. Prendo il rossetto e lo applico con gusto sulle mie labbra. Il mio momento di vanità si sta compiendo sotto gli occhi di tutti e sorrido velatamente in modo malizioso. Al termine del mio rituale mi risistemo gli occhiali e sono pronta per il viaggio. Prendo il libro dalla borsa quando sento il brusio familiare del motore e il cigolìo delle porte accompagnate da un piccolo botto. Cambio gli occhiali e solo allora la mia attenzione viene fermata da due occhi da cerbiatto che guardano il finestrino opposto. Leggo e tra le righe lo osservo.
Di fronte a me la mia fascinazione, occhi da cerbiatto che si illuminano all’alternarsi di luci e ombre che invadono il bus lungo il percorso.
Adesso lo guardo e lui mi guarda, c’è un momento esatto in cui sento quella scintilla e mi dico che è il momento. È il momento di essere sensuale e cominciare la mia caccia.
L’erotismo è sempre. Ho spesso pensato che non ci siano limiti a questo, dovunque e con chiunque, diventa come un ballo improvvisato sulle note di un artista di strada in una città senza nome, come una cumbia viscerale che ti lega inesorabilmente a dei piccoli particolari che puoi cogliere solo tu e goderne.
Abbasso gli occhiali, adesso so che mi guarda e in quegli occhi mi immergo.

Sono seduta a un tavolo, le gambe accavallate sporgono dal tavolo e vengono illuminate dal sole che le riscalda. I capelli neri scendono lungo le spalle mescolandosi con il colore del lupetto. Il volto assorto e le labbra socchiuse per assaporare la lettura a pieno. Allora lo sento, alzo lo sguardo e lo riconosco.
Attraverso le calze velate sento le sue che si avvicinano alle mie e le sfiorano poi si siede nel posto di fronte a me, con voce calma mi dice il suo nome: Riccardo.
Mentre parla sento che tira le mie gambe a sé, sono sotto al tavolo dove lui gioca e si diverte a sentire i miei tacchi che passeggiano leggeri sui suoi stinchi. Dapprima accarezza lentamente la carne racchiusa nel nylon scuro con le sue stesse gambe mentre i miei piedi vanno su, poi sento le sue mani scorrere in modo leggero. Sono sotto al tavolo e non vogliono lasciarmi.
Adesso il tavolo è di troppo, siamo vicini, sento le mani che salgono lungo le mie cosce e le accarezzano, le bramano.
Sento i bottoni della mia gonna aprirsi lentamente e il nero del lupetto divenire bollente, la mia bocca ha bisogno di posarsi sull’altro corpo, di marchiarlo. Non è necessario spogliarmi, gli basta arrivare all’altezza giusta per abbassare lentamente le calze e continuare a farmi sentire le dita che corrono sul mio interno coscia. Indugia quando vede la mia bocca schiudersi e mordicchiare piano un labbro. Inizio a sentire anche io la sua frenesia.
I miei capezzoli sono turgidi e si delineano sotto la maglietta sottile, vedo che i suoi occhi ne godono, godo anche io quando appuro che ha scansato il pizzo dei miei slip per andare più in profondità. Le nostre mani si incontrano sulle mie gambe disegnando vortici che descrivono il nostro piacere. Segue paziente il ritmo del suo respiro mentre il mio calore aumenta e sento una febbre che mi invade e penso che è davvero questo: una febbre istantanea che ti contagia, va via e poi ritorna e non sai mai chi sia quello che l’ha portata a te.
Sono in trance. Il mio corpo semi nudo è abbandonato a quelle mani che lo solcano di un piacere ritrovato, non percepisco più il fruscio dei miei vestiti scostati ad arte ma solo un piacere intenso che mi ha confinata in una dimensione satura di umidità e ombre. I miei pensieri mutano al mutare dei nostri respiri e non seguono più una logica umana. Vedo gli occhi che m’hanno portato a questo limite e la mia bocca che ha marchiato di rosso ogni nostro gesto.

Un suono acuto mi fa trasalire, qualcuno ha prenotato la fermata, guardo fuori e capisco di essere quasi arrivata. Guardo un’ultima volta quegli occhi che mi hanno trasportato via per questi minuti, continuano a percorrermi tutta. Aspetto che scenda ma quando mi volto non lo riconosco fra i molti.Resta un’ombra di piacere, un tepore risvegliato in me, una nuova piccola febbre.

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