Racconti

“Dolcenera” di Oscarparladicultura

Ron Hicks, Bacio

Artwork “Bacio” di Ron Hicks.

Nuvole chiare coprono gli ultimi bagliori di un sole invernale che non riesce a scaldare le tue mani affondate nel cappotto scuro, i rumori della strada si sovrappongono ai più sfilacciati dei tuoi pensieri, le persone camminano veloci ed imprecise su quel marciapiede stretto che sei costretta a condividere con loro.
L’entrata del locale è riempita da ragazzi troppo giovani per bere, da anziani assuefatti da quel bicchiere di vino alle cinque di pomeriggio, da fidanzati davanti ad un caffè zuccherato troppo.
Le décolleté nere riecheggiano nella sala, i tuoi passi sicuri ti conducono nella parte più lontana dalle porte d’ingresso; una piccola stanza appartata si dispiega davanti ai tuoi occhi, in un angolo un tavolino basso e due poltrone morbide ti attendono.
In pochi attimi il giubbotto dimora su una delle due sedie accanto alla borsa in pelle nera mentre tu ti sei accomodata sull’altra. Le tue gambe sono elegantemente accavallate e danno mostra di sé: gli stretti pantaloni si perdono sotto un maglioncino color panna che ti fascia dolcemente i fianchi aprendosi in una scollatura calcolata che lascia risaltare il ciondolo rosso rubino, messo ancora più in evidenza da un rossetto della stessa tonalità steso con maestria. Lo schienale imbottito accoglie le tue spalle e la tua nuca, sulla quale si arricciano dispettose le punte dei tuoi capelli corti. Questi ultimi incorniciano il tuo viso, creando un contorno sfumato per i tuoi occhi magnetici che in questo momento sono concentrati sul menù della pasticceria di classe dove hai scelto di prenderti una pausa dalla vita, lasciando che essa scorra sulle tue braccia come acqua limpida, lasciando che si accumuli ai tuoi piedi, lasciando che per una sera soltanto scivoli via portando con sé i cattivi pensieri.
Il tempo rotola via allo stesso modo in cui vorresti che fluisse quell’esistenza che non ti dà pace. Scappa senza fermarsi e con esso scompaiono anche molti dei clienti facendoti sperare nell’arrivo imminente di uno dei camerieri. Il tempo corre ancora come se avesse il diavolo dietro di sé che non gli concede una tregua, che lo insegue e lo costringe ad andarsene; un diavolo tiranno ed infame, che ha le sembianze di una donna nel fiore dei suoi anni, un diavolo seducente e crudele, dalla pelle pallida e i fianchi stretti, un diavolo portatore di peccati e di meraviglia, dagli occhi di ghiaccio bollente e il temperamento del fuoco greco racchiuso in un’ampolla di vetro dimenticata in bilico sul bordo di una mensola fragile troppo carica di libri di magia.
Un diavolo che odia il tempo, che non torna mai a casa allo scoccare del dodicesimo rintocco della mezzanotte, che i vestiti trasformati in stracci li abbandona ai piedi del letto di uno straniero. Un diavolo eterno peccatore, ecco cosa sei.
E di peccati ti nutri, sospirando al pensiero che la vita è una sola e non la si può sprecare.
Poco importa se la tua anima crede nella reincarnazione e in mille vite future, nulla di certo è inciso su pietra e se il karma ti si rivoltasse contro, se tu avessi torto, se ‘dopo’ non ci fosse nulla… Odi il tempo dittatore ma non vuoi perderti nemmeno un attimo di questa vita che ti sta sbocciando tra le mani.
E vivi, di dolcezza, di passione nella sua forma più cruda, di risate, di giochi, di dolore atroce e di lettere d’amore. Vivi di peccati mentre bruci tra le alte fiamme del tuo inferno paradisiaco.
Fuoco rosso acceso, un fuoco che ti consuma in profondità, un fuoco che ritrovi negli occhi dal colore indecifrabile dell’uomo che ora ti sta davanti.


A casual affair
That could go anywhere
And only for tonight…


Il bar si è svuotato, nell’aria aleggiano soltanto le note di una canzone che non fai fatica a riconoscere.


Take any moment, any time
A lover on the left
A sinner on the right.


Il basso ripiano di cristallo opaco separa i vostri corpi, la sua superficie accompagna il tuo sguardo che scivola lungo i suoi pantaloni, sorpassa il corto grembiule ricamato ma pur sempre da lavoro, indugia un attimo di troppo sui polsini della camicia per poi seguire gli inserti in madreperla posti al centro di essa. Il colletto è lasciato aperto e anche le prime due asole non ospitano i rispettivi bottoni bianchi permettendo di intravedere l’ombra delle clavicole e qualche neo, piccole macchie di caffè che rendono solo più interessante la pelle dai riflessi di una sabbia baciata dal sole e lambita dal mare, reminiscenza di un’estate che non vuole morire.
La bocca carnosa dell’uomo si muove appena, le labbra si schiudono e si richiudono in una danza che dura appena pochi secondi, un ballo in cui la lingua e i denti si incontrano e si scontrano più volte, sono passi su musica in cui le parole vengono nascoste da un sorriso.
«Cosa gradisce ordinare, signorina?»
La voce giunge ovattata ai tuoi timpani, mentre tu ti sei persa ad osservare quei piccoli dettagli che rendono la sua indole uguale ed opposta alla tua.
È un amante, lo vedi dalle sue mani e dal portamento, è poco più di un ragazzo che ama l’amore, che ama amare, che si strugge d’amore senza darlo a vedere. È un amante senza amore, vedi il dolore intrappolato nelle sue ciglia e vedi la forza impetuosa di quella mancanza che però non trova il coraggio di lasciarsi andare lungo gli zigomi dolcemente disegnati.
È un amante i cui pezzi dell’anima si incastrano nelle pieghe della tua storia, si perdono ad osservare i meandri di una peccatrice senza riuscire a riconoscerla per quello che è veramente.
La sua domanda aleggia ancora nell’aria e tu ti prendi un attimo prima di rispondere, calcoli i respiri, conti i battiti del cuore, giochi con le vibrazioni dello spirito. E infine in un soffio parli.
«Gradirei una cioccolata calda e un dolce… Qualcosa al caramello… Lei cosa mi consiglia?»
La tua voce è velluto intessuto di fili d’argento senza capo né coda, una matassa brillante il cui effetto è quello di rendere più luminoso il calore di cui è impregnata. Rotola ricoprendo la distanza che vi separa e allo stesso tempo vi unisce; sono poche parole che in maniera delicata, senza farlo notare, si trasformano in un fiume di sensualità. Ti basta guardarlo per fargli capire le tue intenzioni: anche se tu sei la peccatrice e lui l’amante, questo non implica la sua totale innocenza. Un tempo anche tu eri una semplice amante, una ragazza innamorata dell’idea dell’amore, prima di crescere e capire che le fantasie da romanzo rosa non si possono applicare alla vita di tutti i giorni; l’amore non sazia, l’amore non soddisfa, l’amore non ti fa sopravvivere. L’amore uccide nel più crudele dei modus operandi: spezzandoti il cuore e poi facendoti innamorare di nuovo.
E tu sei stanca di lasciarti andare, di essere in balia di emozioni non ben definite, sei stufa di esser posseduta da quell’ansia di perdersi senza avere mai la dolce certezza di aversi a vicenda. Hai dichiarato una guerra silenziosa all’amore e in questo preciso istante sei consapevole di star vincendo, anche se non sapresti dire se è effettivamente una vittoria o se assomiglia di più ad una ritirata precipitosa per evitare la disfatta.
E così, non accettando di essere stata sconfitta dalla vita, ti abbandoni contro il morbido schienale, godendoti il suono della sua voce leggermente roca, un po’ morbida ma che conserva gli spigoli di un carattere non ancora smussato dal mondo.
«Abbiamo molti dolci, dai più classici come la bavarese al cioccolato fondente o cioccolato al latte fino alle nostre specialità, come la bavarese al cioccolato bianco con infusione di vaniglia Tahiti e gelèe ai lamponi o la mousse al caffè Arabica con pezzi di nocciole caramellate.
«In ogni caso, se preferiva il caramello mi permetto di consigliarle la nostra monoporzione al cioccolato fondente con un cuore di caramello salato.»
Il tuo amante ti guarda negli occhi, sa fingere bene e nasconde con maestria la sua vera natura ma in fondo siete simili e di conseguenza non può sfuggire a te. Forse ti sei auto convinta di star rinnegando l’amore, di non voler averci nulla a che fare, ma quando si parla di piacere non sei capace di rinunciare.
Lui è la tua preda e nel tempo in cui le palpebre si alzano e si abbassano questa consapevolezza si dirama nei vostri corpi.
Ora mancano soltanto pochi attimi ancora prima che ti ritrovi stretta tra le sue braccia. E basta davvero poco – un sorriso appena accennato e due cuori in sintonia – perché infine accada. Ti stringe come se fossi la cosa più preziosa al mondo, come se fossi fragile quanto una foglia d’autunno, ti guarda come fossi un mistero che non riesce a risolvere, come se fossi una gemma rara che credeva impossibile sostenere tra le mani, ti legge nel profondo mentre tu fingi di essere scritta nella sua lingua quando invece sei un dialetto parlato da pochi e quasi dimenticato. E poi ti bacia, ti bacia come se non avesse aspettato altro da tutta la vita, come se vi apparteneste a vicenda.
Ti bacia con foga, ti bacia con dolcezza, ti bacia senza sapere quello che fa. Ti bacia anche se in realtà sei tu a baciarlo.
Non ti comprende, non ce la farà mai, ma i suoi baci per il momento riescono a placare la tua sete di vita. È lotta per il comando, lotta per la sopravvivenza, una lotta che non ti sai spiegare, sai soltanto che ne hai bisogno.
Nell’uragano della tua esistenza hai la necessità di trovare una tempesta tropicale, una bufera antartica, un qualsiasi fortunale che riesca ad inglobare quel turbinio che si agita dentro di te, vuoi qualcuno che sia capace di riconoscere le note di un’antica canzone e di concedersi una danza senza freni al centro dell’occhio del tuo ciclone personale. Hai bisogno di un vento forte che porti via ogni tristezza dal tuo cuore e ogni malinconia dalla tua mente. Vuoi una tormenta e in quei baci passionali ti sembra di riconoscere un assaggio di salsedine mescolata al fango e alle foglie catturate dall’impeto delle intemperie dello spirito dell’uomo le cui labbra sono ancora poggiate sulle tue.
Ti bacia e le sue labbra sono morbide e le vostre anime sono un po’ più vicine. Siete giovani, senza patria, senza fortuna, con soltanto un’insaziabile voglia di vivere come bagaglio a mano. Tu portavi con te un valigia grande, rigida e nera, piena di tante cose diverse: ricordi amari, scarpe con il tacco, musiche dei ruggenti anni Venti che nessuno conosce, confusione varia e ninnoli inutili. Lui aveva un borsone sportivo e dentro erano gettate alla rinfusa migliaia di piccole cose che non avresti saputo riconoscere: forse una boccetta piena di lacrime, forse una vecchia autoradio, forse un bracciale di cuoio, forse decine cicatrici che portano scritti sopra altrettanti nomi. Ma entrambi siete entrati nudi in questa bolla di sapone che non sapete riconoscere come il preludio di un’acquazzone che vi farà annegare insieme. Avete lasciato fuori il vostro passato, permettendo al presente di decidere per voi aiutato soltanto da una benedizione sussurrata in un orecchio dal futuro.
Ma quel futuro beffardo vi sta osservando, senti il suo sguardo bruciare sulla tua schiena, ti perfora la pelle incendiando ogni cellula su cui posa il suo tocco. Il futuro segue le curve del tuo corpo e cerca i punti dove esso smette di esistere e comincia la sua controparte maschile. Cerca quei pochi punti che vorresti non esistessero, che vorresti non siano mai esistiti, eppure egli li trova. Futuro sadico che imprime il suo marchio di fuoco su pochi centimetri di cute, infilandosi sotto il rivestimento più esterno della carne, introducendosi all’interno ma senza penetrare veramente.
Si condensa in quello spazio così piccolo da risultare quasi invisibile, ma presente, costantemente presente. Si accuccia lì, quel futuro disumano, tra la sua cintura e il tuo bacino, tra la tua spalla e il suo sterno.
Si ferma lì, tra i vostri corpi, quel futuro ferino, ma voi lo ignorate e vi concentrate sul presente.
Questo presente che profuma di lamponi appena raccolti, che ha quel sapore particolare del caramello a cui è stato aggiunto un pizzico di sale, che si scioglie in bocca come cioccolato fuso, che scorre lungo la gola vivace e allegro come una coppa di vino pregiato e frizzante.
Questo presente fatto di morsi e di carezze, costruito dalle tue mani sul suo viso a tracciare i contorni della mandibola e degli zigomi, realizzato dalle sue dita sotto la tua camicia che vagano sconnesse, senza senso.
Questo presente che vi vede uniti, insieme, mentre le vostre anime danzano tenendosi per mano. E così, stretti l’uno nelle braccia dell’alta, vi lasciate cadere su una delle due piccole e morbide poltrone ed essa vi accoglie come se fosse stata fabbricata esattamente per ospitare l’intreccio del vostri corpi ormai inseparabili.
Un’unica identità formata da due parti diventate indistinguibili. Due colori mescolati insieme fino ad ottenerne un terzo, esso avrà ancora qualche debole reminiscenza dei precedenti ma sarà una tonalità a se stante. Non sapresti dire se siete tu il rosso e lui il verde, se tu sei il blu e lui l’arancio o se tu sei il violetto e lui il giallo. A dir la verità non sapresti dire neppure se siete complementari.
Forse, come ogni cosa che vi caratterizza, siete l’eccesso; insieme date vita ad un composto non troppo omogeneo a metà tra il bianco e il nero, tra il giorno e la notte, tra il sole e la luna. Ma tutti sanno che il grigio, il tramonto e le eclissi non sono destinati a durare.
Vi sciogliete lentamente, piccoli cristalli di ghiaccio persi all’interno di una tormenta irrefrenabile, granelli di sabbia smarriti in una duna al centro del deserto, deboli onde che svaniscono nell’immensità dell’oceano.
Con poco e in fretta la vostra magia scompare e nessuno dei due saprà mai se questo essersi dissolti vi ha unito per davvero ancora più in profondità oppure se vi ha separato del tutto.
Siete seduti uno accanto all’altra, il tuo maglione sollevato a lasciar vedere una striscia di pelle diafana, i suoi pantaloni slacciati e la camicia tirata fuori da essi, i tuoi capelli senza più una forma e i suoi occhi non più da amante.
Due peccatori senza speranza, senza futuro, con solo un presente ormai lasciato alle spalle.
Le tue dita scivolano leggere lungo il suo petto ancora coperto da quella camicia troppo stretta ora aperta davanti ai tuoi occhi. La tua mano scorre delicata, traccia le linee dei muscoli e in sottofondo la canzone cambia.


Nera che porta via, che porta via la via
Nera che non si vedeva da una vita intera, così dolcenera, nera
Nera che picchia forte, che butta giù le porte…


Il sogno svanisce e sotto i tuoi polpastrelli non c’è nient’altro che aria, davanti ai tuoi occhi solo la sua schiena che si allontana con la tua ordinazione verso il bancone di un comune bar, dove si è svolta soltanto una delle irrealizzate fantasie che produce la tua nera anima da peccatrice.


Così fu quell’amore dal mancato finale
Così splendido e vero da potervi ingannare.

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