Esercizi di Fantasia

Esercizio di Fantasia: Lasciati ispirare da una scena tratta dal film “Le età di Lulù”.

L’esercizio era spiegato qui!

Questo è il video della scena tratta dal film Le età di Lulù dalla quale dovevate farvi ispirare.

Inoltre, l’esercizio richiedeva l’inserimento di tre parole:

furbizia (non furbo, non furba)
pennello (non pennellare)
pantofola (non pantofole, non ciabatte)

Di seguito gli esercizi! Ho deciso di pubblicare anche un esercizio “sbagliato” in quanto viene inserita la parola “ciabatta”. Ma come dico spesso, questo è un gioco per stimolare la fantasia, infatti gli scritti non sono stati corretti.

Buona lettura!

Dafne

Quando mi chiamò al telefono lasciai cadere il pennello per correre a rispondergli, d’altronde me lo aveva detto chiaramente: “Ogni volta che senti QUELLA suoneria devi mollare tutto, pittura, lettura, pure uno dei tuoi tipici pranzi solitari e assorti, e venire da me”.
Quando finalmente arrivai a casa sua trovai la porta socchiusa, entrando lo vidi seduto sulla sua poltrona nera di pelle. Adorava la pelle, adorava accarezzarla, far scivolare le sue dita delicatamente per scoprire le piccole irregolarità che gli stimolavano il tatto.
Tornando a noi, lui seduto sulla poltrona in vestaglia e io ancora col cappotto in piedi davanti a lui.
“Cosa aspetti? Togliti cappotto, scarpe e mutande” mi disse.
Io eseguii senza fiatare. Si tolse una pantofola e me la diede in mano.
“Una pantofola? Perché mi hai appena dato una tua pantofola? Che dovrei farci?” gli dissi perplessa.
“Leccala” sussurrò, con un ghigno colmo di furbizia e strafottenza.
“Leccarla? Ma dai non è igienic..” cercai di dire prima che mi interrompesse.
“Sì, leccala. Con delicatezza, ma anche con desiderio, come se fosse il tuo dolce preferito, quello al cioccolato che ormai non mangi da anni. Come se fossi io. Leccala con il desiderio che hai di me, la voglia che leggo nei tuoi occhi” asserì con decisione.
Lo feci, lentamente, tenendo gli occhi fissi nei suoi. Lo feci come se quel gesto fosse l’azione più erotica del mondo conosciuto e sconosciuto.
“Bene, ora passatela sul corpo, senza fretta. Prima le braccia, poi il seno, la pancia, i fianchi, fino ad arrivare a sotto la gonna. Lì fermati e lascia che si impregni del tuo umore” ordinò.
Eseguii, non in maniera docile e passiva, ma in maniera ferma e determinata, d’altro canto ero io a concedergli quel potere e mi faceva impazzire la sua abilità nell’usarlo.
“Ora ridammi la pantofola” sentenziò.
Gliela porsi. La prese in silenzio, distolse lo sguardo dal mio, la annusò.
Si alzò lentamente e altrettanto lentamente si avvicinò a me, sfiorandomi l’orecchio con un sussurro: “Brava bambina”.
Fu in quel preciso momento che scoppiò la passione e si sciolse la tensione accumulatasi.
Quel climax si concluse con noi nudi, sudati, sul tappeto di fianco alla poltrona di pelle, la sua preferita.

Zoe

Non avevo dato prova di grande furbizia seguendolo in quella stanza.
Immaginavo quello che sarebbe potuto succedere, ma non ero sicura che fosse quello che volevo.
Mi guardai intorno, era un salotto di altri tempi, in un angolo addirittura un cavalletto, con un dipinto mai finito, tavolozza e
pennello abbandonati in un angolo.
Lui restava seduto sulla poltrona, in silenzio, molto più a suo agio di quanto lo fossi io. Dopo quelli che mi parvero interminabili minuti finalmente parl
ò.
“Inginocchiati e vieni da me, da brava” – tamburellando con le dita sulla coscia.
A quattro zampe, il volto arrossato per l’umiliazione, ma anche per l’eccitazione, lo raggiunsi e, accucciata ai suoi piedi, aspettai.
“Ora slegami le scarpe, senza usare le mani”
Lì per lì restai interdetta, poi, come un’illuminazione, mi piegai a sciogliere i lacci con la bocca.
“Brava piccola, ora, vedi quella
pantofola che è rimasta accanto al camino? Vai a prenderla e portamela. Faremo un gioco, io e te”.

IdrisPukke
Vipond

Prendo un pennello e dipingo. Dipingo te, il tuo volto, le tue labbra, il tuo naso e gli occhi. I tuoi occhi. Il tuo sguardo che straripa di furbizia, ma c’è qualcosa che non va. Non stai guardando me. La tua attenzione è tutta sull’oggetto che hai in mano, sospetto che la tua sia una provocazione. Ogni volta che mi avvicino alla tela tu alzi gli occhi, la cosa ti scoccia anche se alla fine ti presti comunque, perché sai quanto mi piaccia farti vedere come ti vedo io.
Guardami.
Hai fatto un sorrisetto. Senti quindi il mio fastidio, ora non è più un sospetto: mi stai provocando. Guarda me. Continui a giocherellare con quel dannato aggeggio, le tue dita scorrono veloci sulla superficie. La accarezzi, poi la giri, poi la fai girare su un dito solo, poi la fai saltare di poco, quel poco che gli permetta di girare su se stessa e tornare sulle tue mani. Non sto dipingendo più. Le tue mani sono fonte di distrazione, quelle stesse mani che, prima di giocare con quella dannata cosa, stavano giocando con me. Mi alzo, mi avvicino a te e ti tolgo quella dannata
pantofola dalle mani. “Gioca con me, non con lei.” “Tu non dipingere più per stanotte.” “No. Non dipingo più.”

Pervinca

Ti guardo restando appoggiata allo stipite della porta, la sala si sta facendo buia ma tu continui a restare assorta e attenta davanti a quella tela enorme dai colori sgargianti. Stanno prendendo forma, vedo un seno voluttuoso che si delinea in alto e spicca dallo sfondo scuro. Tu sei in ginocchio, con quel camice sporco che adori e intenta a definire con movimenti morbidi la curva di una schiena che sfocia in un bacino prosperoso. Vedo come intingi il tuo pennello in un rosa pallido che a volte provi sulla tua stessa mano per assicurarti di creare nel tempo lo stesso colore. Io sono lì a guardare quelle nudità che sfociano dal nulla e a immaginarti; mi hai chiesto ostinatamente di mettere questo quadro con nudi femminili nella nostra sala ma adesso penso che sarà difficile guardarlo e non pensare a te, alla tua pelle diafana e a i tuoi seni e a immaginare le mie mani che li sfiorano come il pennello fra le tue dita.
Entro nella stanza con fare lento, avevo in mente di aprire una bottiglia di vino e volevo sapere cosa preferissi ma adesso voglio solo giocare con te.
Non senti i miei passi scalzi mentre mi avvicino, il pavimento in marmo è freddo al contatto del mio corpo che si sta scaldando, sono dietro di te e mi chino leggermente per sussurrarti:
“voglio giocare con te.”
Non sai neanche di cosa si tratti ma resti immobile con la mano sospesa in aria come se dipingessi su una tela immaginaria la curiosità che ti hanno generato le mie parole; giri leggermente il collo abbastanza per farmi pensare che sotto al camice non ci sia null’altro che la biancheria.
Immagino già l’odore della tua pelle mischiata a quella delle tempere.
Non rispondi ma slacci piano i primi bottoni del camicione dipinto, adoro la
furbizia con la quale mi conduci a quello che vuoi. Adesso dai le spalle alla tela e siamo una di fronte all’altra, mi fermo nei tuoi occhi marroni che riflettono l’ambiente che ci circonda poi mi avvicino, scanso la tua bocca e vado con sicurezza sul tuo collo.
Ti basta sentire il mio fiato caldo per avere un fremito che scuote tutto il tuo corpo e fa tremare impercettibilmente le mani, so che la tua mente immagina molto e freme all’idea di realizzare tutto ma adesso io sono solo concentrata sulle mie labbra che sfiorano delicate il tuo collo. Adesso non voglio che tu pensi ad altro se non alla carne bollente di queste labbra che stanno indugiando sulla tela traslucida del tuo corpo.
Schiudo la bocca e la mia lingua umida scivola sulla linea flessuosa che disegna il tuo collo sottile; le nostre gambe si avvinghiano in una ragnatela di carne e adesso le mie labbra stanno camminando delicatamente sul tuo corpo: vedo la tua clavicola che spicca e la bacio delicatamente e ti sento fremere ancora, sento il tuo volto nei miei capelli e il tuo respiro ritmico percorrerli. So che sei eccitata.
Stacco una delle mani da terra, non quella gelida che è in continuo contatto con il pavimento ma l’altra che si è fortunatamente posata su di una
pantofola, nonostante sia tiepida vedo un brivido correre lungo il tuo corpo ma forse non è solo il freddo. La mia mano si posiziona all’attacco tra mandibola e collo, è un posto formato a posta per mettere quelle quattro dita e so che trovi sexy quando faccio questo gesto, mentre lascio che il mio pollice si avvicini alle tue labbra che adesso bramano visibilmente un mio bacio.
Ti guardo così, deglutisci piano e pensi; i miei occhi corrono tra il tuo collo, il corpo che si intravede sotto il camice e le figure femminili che mi guardano da dietro le tue spalle. Resti immobile aspettando un mio segnale, allora ti bacio e sento la tua lingua che entra con veemenza nella tua bocca e si fa spazio dentro di me. Continuo a tenere le quattro dita vicino alla tua mandibola e sento che ormai stiamo ribollendo entrambe; mentre indugio ancora tra i miei pensieri e la tua pelle ti vedo condurre la mia mano sotto il tuo vestito da pittore, vedo che con mano abile lo apri del tutto e concedi a me tutto lo spettacolo dei tuoi seni nudi e delle tue mutandine di pizzo.
Adesso sono visibilmente spiazzata:
“dove hai imparato a fare questo?”
Sento che mi rispondi con fare sexy ma non percepisco le parole, ormai sono io quella avvinta ai tuoi gesti, sento le tue braccia e poi il freddo della tempera che in parte ci è caduta addosso. Sotto quegli occhi neri di tempera consumiamo un’altra notte insieme.

Claudia
Tramarin

Io e te, soli, in un posto che per me ha il sapore più bello. Mi piace perché stavolta ho vinto io e mi sono lasciata andare alla tua furbizia e spensieratezza doti che da sempre apprezzo molto. Il tuo viso dice tantissimo con i suoi segni che guarderei ore ogni volta. Hai preso un pennello per dipingermi, perché sai quanto mi piaccia il contatto e io per vederti ridere, ti ho tirato dietro una pantofola. Ho visto un’espressione che mi mancava, la tua.
Un’espressione che esprime leggerezza ma non superficialità e tanto bene. Avevi gli occhi che brillavano e questo mi bastava. Mi sentivo bene, in pace,come se il mondo fuori non esistesse. Eravamo noi, noi solo noi i nostri momenti e sorrisi forse più lunghi di una vita.

DemiMindloser

Il suo sguardo si posò per un istante su ogni singolo lembo di pelle ebano. Osservava a distanza, senza muoversi, inclinando al massimo la testa leggermente verso sinistra. Con la mano destra seguiva i lineamenti del corpo come se nella mano avesse un pennello e tra loro due ci fosse una tela. Avevano le labbra umide, entrambi, e due segni di incisivi sul labbro inferiore. Chi era seduto, dei due, lo era su un divano in pelle rossa, le gambe accavallate, la sinistra sulla destra,la ciabatta tenuta in equilibrio dalle sottili e affusolate dita rosate. Chi in piedi, a mo di servitù, con le braccia dietro la schiena, legate, le ginocchia arrossate, le guancia affossate, un sorriso divertito dal quale traspariva tutta la furbizia di chi ha il potere di sottomettersi ma sa di farlo solo fisicamente, la forza di chi ricerca il dolore senza farsi distruggere.

Lilith

Come il pennello fermo
Di un pittore esperto
Che già intravede
Sulla tela ogni linea
Così le tue dita
Mi disegnano la bocca
Con abile
furbizia
Poiché sai bene
Cosa avverrà dopo
Quando io sarò
Adorante in ginocchio
Oh nuda dea
Che sei magnifica
Anche vestita solo
Di semplice
pantofola

Francesca Rodofili

Caduto in un turbinio di passioni
lì immobile sul divano
la guardava incantato gironzolare
per casa come se scodinzolasse
alla ricerca innocente delle sue attenzioni,
un piede nella
pantofola, l’altro scalzo.
Per molto tempo o troppo poco
– non sta a noi giudicare –
fu la sua bambina
questa ragazza dalla pelle bianca
e i capelli cadenti e morbidi
come boccoli di bambola.
Innocente nella sua
furbizia
anche quando leccava.
Infantile nella sua malizia
anche quando baciava.
Sembrava che un
pennello
le avesse dipinto le guance
di fard quando il suo daddy
la stringeva a sé e avreste
pensato anche voi che fosse
sua per sempre.
Un verginale rosso le copriva il viso
come se scopata da quell’uomo maturo
fosse tutte le volte la prima volta.
Ma non era solo sua.
Se lui ne fosse a conoscenza
non ci è dato saperlo.

Era la piccola di molti,
così brava con la bocca piena
e la mano di lui sul visino.
La eccitava quel gioco
e non era mai abbastanza.
Non simulava nessuna emozione
e nessuna dolcezza che in modo
così troppo naturale sgorgano in
lei nel profondo, lì dove nasce
ogni eccitazione che cerca rami duri
a cui aggrapparsi come fosse vento.
Attrice forse, ma solo di sentimenti,
perché non puoi insegnare
ai tuoi capezzoli l’inturgidirsi,
alla tua figa il bagnarsi.
E ogni notte si addormenta sola tra
lenzuola che sanno del suo sesso,
un odore che non abbandona mai
il suo corpo e di cui si nutre
come se non potesse respirare senza,
alla ricerca innocente di un amore perduto.

Roxana

Driin… Sabrina aspettava di sentire solo quel suono per svegliarsi e correre all’università. Le sembra di sentire il suono del citofono, ma pensa che sia stato nel sogno. Ma, ecco, di nuovo. Con gli occhi semichiusi ancora in uno stato di veglia si alza per andare a controllare, ma il piccolo schermo, che di solito dovrebbe illuminarsi, è spento. Così si convinse che era solo un’illusione dovuta a un sogno strano. Si gira e sta per tornare a letto. Rimane per un attimo a fissare la confusione nella stanza che testimoniava la serata movimentata precedente: una tazzina di caffè sporca e rovesciata sulla scrivania, vicino a un libro grande due dita di spessore; la scatola degli evidenziatori a terra in mezzo ai cavi del telefono e dei computer: e quasi non si ricordava più cosa ci facessero alcuni quotidiani sparsi un po’ a terra e un po’ sulla scrivania. Ma, ecco, di nuovo: il suono del citofono e sta volta non stava sognando. Corre immediatamente a vedere. Sorprendentemente è il suo compagno del corso, Riccardo.
“Sali!” gli disse.
“Ma hai visto l’ora?” disse lui.
Sabrina guarda l’ora e si rende conto di non aver sentito la sveglia oltre al fatto che fosse in ritardo per la lezione.
“Mi preparo subito, aspettami!” rispose lei.
“Tutta la vita” fu la curiosa risposta di lui.
Corre in bagno. Si lava il viso e quando alza la testa alla ricerca di qualcosa per asciugare il volto si accorge che Riccardo è sul uscio della porta. La sta fissando. Il suo corpo non sembra più esprimere quella fretta dimostrata poco anzi. Riccardo non stava più pensando alla lezione. Sabrina non disse nulla e continuò a prepararsi davanti allo specchio. Si trucca lievemente. Mette in fretta il mascara e dona un bel colorito roseo alle sue guance con il
pennello. Sabrina gira la testa verso di lui che, nel frattempo, non ha mai smesso di fissarla e a causa di questo gesto le scivola il pennello a terra. Riccardo, con un gesto istintivo, si cala per raccoglierlo. Era caduto sulla pantofola bianca sinistra. Sabrina indossava una vestaglia estiva, corta, di un rosa antico con i bordi in pizzo nero. Nel risalire con la mano, Riccardo non resiste e mentre sta per raccogliere il pennello le accarezza leggermente il dorso del piede. Sabrina, per istinto, sposta il suo piedino. Si scambiano uno sguardo di desiderio e consenso. Lui prende tra le sue mani il piedino di lei e lo bacia. E così facendo risale con la mano; prima sul polpaccio dove si ferma per un millesimo di secondo e aumenta la presa stretta. Risale ancora sulla gamba, le stringe forte tra la sua mano la coscia e si alza in piedi. Le sposta la vestaglia dalla spalla sinistra e la bacia delicatamente mentre porta l’altra mano sulle sue natiche. Lei lo avvicina a sé e sente il suo membro prendere forma. Ormai entrambi sono eccitati ed entrambi vogliono vivere quel piacere da molto bramato, ma mai apertamente dichiarato. Si guardano e lei lo prende per le spalle, lo appoggia al muro e lo bacia sulla bocca, con la lingua. Un bacio che sostituisce più di mille parole. Un bacio senza fiato. Un bacio senza tempo. Ora lei curiosa con le mani dentro i suoi pantaloni. Gli tira fuori il membro ed è pronta ad assaggiarlo. Impiega tutta la passione necessaria: gli massaggia lo scroto con una mano, con l’altra lo sega mentre lo accoglie più che può all’interno della sua bocca. Lui geme di piacere. Le accarezza il viso. Poi la prende in braccio e la porta in camera. La stende sul letto e le scioglie il nodo della vestaglia. Finalmente si aprono i seni di Sabrina agli occhi di lui. Le tocca il petto con entrambe le mani e lo bacia. La bacia sulle labbra. Le apre le gambe e porta la sua testa lì in mezzo. Tutta la presunta furbizia di Riccardo scomparve e si diede con un po’ di timidezza all’esplorazione. Giocò a lungo e Sabrina non poté che dimostrare il suo piacere con l’espressione del suo viso. E in quel istante in cui lui entrò dentro di lei, Sabrina si sentì potente.

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