Racconti

“Un giorno qualunque dalla quarantena” di PuntoGi

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                                 Ph Masao Yamamoto

Si spengono le luci.
Ogni oggetto è puntuale così come l’orologio che ricorda che è il tempo adatto al solito rito di ricognizione.
Le dita passano dolcemente su ogni superficie, il respiro si fa lento e ritmato, le gesta ricordano quella ballerina di tango che non osava muoversi, era il moto dell’energia virtuosa a creare spazio, a insinuare desiderio. Così le mani di G. prendevano e accumulavano moti ondivaghi nella stanza, colmavano il frastuono delle ore. Non comprendeva appieno quale fase del giorno stava attraversando. Era così assonnata che non poteva far altro che dissimulare quel peso che le attanagliava il petto e che sapientemente la faceva scivolare verso il centro del suo corpo. Non era un gioco e nemmeno un passatempo, quello di incutere timore ai suoi coinquilini. La onorava e non poco quella comparsa continua e insistente, quel gioco teatrale in cui a fingere forse erano solo le persone presenti. Lei, contrariamente a quello che possiamo pensare, era lucida e trasognata, incontenibile delle sue gesta. Da quando tutti avevano perso l’enfasi e la bramosia di toccarsi, lei non faceva altro: si prodigava in continue abrasioni, ustioni, metteva le dita ovunque, le spingeva, graffiava, si aggrappava alle pelli altrui e si dimenava su quella scrivania dandosi un piacere che potremmo definire, più che erotico, famelico.
Le pieghe che intraprendevano i giorni erano simili ai suoi orgasmi: attimi di coiti interrotti per le urla che destavano i vicini e che li ponevano sull’attenti più di qualsiasi altro inno di Mameli delle sei.
Chiunque in quel cortile si chiedeva se la ragazza stesse applaudendo i dottori o se invece soffriva di un dolore eccessivo.
Purtroppo nessuno aveva contezza dell’incontenibile energia che pervadeva le mani della tremenda G: non era disperazione e nemmeno la solitudine a muovere quei seni e quelle natiche.
Bensì la ricerca di un punto di non ritorno, un burrone su cui affacciarsi e decidere solo in seguito se tornare.
La sua personalità contava mille volti e mille tensioni si distendevano al calare della mascherina sul volto: è dal 10 di marzo che G. non si toglie quel lembo di stoffa dagli occhi perché ha deciso di interrogare il proprio tatto anziché perderne il controllo.
È attenta allo scivolare del suo sudore: come una gatta sorniona si adagia sul balcone e riceve i raggi solari. Scrolla l’acqua formatasi sotto ai capezzoli turgidi e tocca prepotentemente quel gonfiarsi di desiderio: non è nuova a certe presenze, vorrebbe così intensamente un corpo altro. Un cyber desiderio cresce tra quelle gambe così affusolate.
Sente un miagolio ma non può comprenderne la provenienza, i suoi occhi sono adornati della maschera che sapientemente ha allacciato oltre i suoi capelli nodosi. Incontra con le mani la terra umida delle piante di peperoncino appena nate, le rughe della salvia, la freschezza acidula della menta. Il caldo le dà alla testa: tentenna oltre la porta finestra e accetta un ulteriore sfida.
Cresce l’intento di porgersi su quella balconata e tende l’orecchio oltre il limite consentito per comprendere l’origine del miagolio. È solo un urlo improvviso a sovvertire quel movimento suicida.
Il suo coinquilino non riesce più a contenere il ribrezzo. G. ha i piedi pieni di sangue e trascina lembi di pelle sporca e rossa su tutto il pavimento.
È il suo ciclo mestruale a rinnovarsi? È il bicchiere di vino rosso infranto la sera prima?
G. vuole approfondire il suo sentore sensitivo e continua a graffiarsi, a perdere controllo del suo corpo, a sentire l’odore acre delle sue mestruazioni cospargere la cucina, il liquido rubino alcolico a confondersi e miscelarsi con il liberarsi dei suoi ovuli.
E quel miagolare si fa confuso, non comprende se è lei stessa a rincorrere la sua voce, se il suo corpo sta chiedendo aiuto o se semplicemente si è dimenticata di cambiare la coppetta mestruale.
Si chiede quando potrà levarsi la mascherina dagli occhi.
Per dimenticare tutto quel sangue si masturba, per ore.
E chiede al giorno di fingersi altro e diventare tenebra.

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