Devi sapere che...

“L’importanza dell’ascolto e dell’accoglienza nelle situazioni di emergenza e non solo.” riflessioni della Dott.ssa Giulia Schena

L’essere umano è un animale sociale.

Lo è biologicamente e lo è diventato sempre di più nel contesto attuale, in cui la definizione della nostra identità passa quasi necessariamente attraverso l’immagine di noi che riceviamo dall’esterno.

Altrettanto biologiche sono le emozioni che ogni essere umano prova: si attivano naturalmente, come dei messaggi che il nostro corpo e il nostro cervello ci danno rispetto a quello che viviamo e rispetto a quello che abbiamo intorno.

Se mettiamo insieme le due cose, emerge l’importanza della condivisione dei nostri vissuti e delle nostre emozioni, ma soprattutto l’importanza che vengano riconosciute come “buone”, o forse “normali”, o forse, semplicemente comprese e comprensibili.

Quando si vive una situazione di emergenza (e ogni situazione difficile può, in un certo senso essere definita “di emergenza”, poiché è qualcosa di imprevisto, di non controllabile, di pesante da sopportare), il bisogno di essere ascoltati e accolti aumenta e, spesso, diminuisce contestualmente la disponibilità all’ascolto o la capacità di ascolto privo di giudizio.

Questo accade perché non siamo abituati alle emozioni che consideriamo “negative”, come la tristezza, la rabbia, la paura, e cerchiamo di negarle, sopprimerle, minimizzarle.

Ho scritto la parola negative tra virgolette per un motivo ben preciso: nessuna emozione è negativa, perché tutte le emozioni sono necessarie. Alcune, però, appaiono come ego-distoniche, ovvero in parole povere, non ci fanno sentire in armonia, ci fanno sentire male, a disagio. Ma anche questo è naturale e necessario: se stiamo vivendo una situazione complessa, che può metterci in pericolo (fisicamente, ma anche “solo” emotivamente o relazionalmente) il nostro corpo ha il dovere di segnalarcelo, e noi abbiamo il dovere di concederglielo.

Il fatto di pensare queste emozioni come negative è, ahimè, un fattore culturale: ce lo insegnano fin da bambini che “piangere non serve a niente”, che “se ti arrabbi così nessuno vorrà più stare con te”, che “non ci si deve pensare” e, soprattutto, che “i panni sporchi si lavano in famiglia” (famiglia che però è la stessa che sostiene tutte le asserzioni precedenti, e che quindi, spesso, non riesce ad accoglierli questi panni sporchi).

E così, quando si sta male, si finisce per tenersi dentro, sentirsi in colpa, sentirsi sbagliati, accumulare, stare sempre peggio.

Ricevere ascolto sarebbe in questi momenti un toccasana, perché a volte anche solo poter verbalizzare i propri pensieri e le proprie emozioni, ci aiuta a liberarci di un peso.

Sapere che dall’altra parte dell’espressione dei nostri pensieri c’è qualcuno che non ci giudica, che empatizza con noi, che si mette a disposizione del nostro concederci di essere e di provare esattamente ciò che siamo e proviamo, è un’occasione impagabile per alleggerire i nostri animi.

Non per nulla anche in psicologia dell’emergenza, quando si agisce sul campo in situazioni complesse ed emotivamente pressanti, i primi due strumenti che si hanno a disposizione sono il defusing e il debriefing, che di fatto hanno il ruolo preminente di permettere a chi è coinvolto in una tragedia di esprimere le proprie emozioni e il proprio vissuto, trovando ascolto e compartecipazione.

Il debriefing è un intervento di gruppo, che in genere viene attivato dopo situazioni di emergenza con i soccorritori (e a volte se è un gruppo omogeneo anche con le vittime) per far sì che non tengano dentro i pensieri, i vissuti e le emozioni, e si riducano le probabilità di sviluppare risvolti patologici come lo stress post traumatico.
Avviene in diverse fasi che, in breve, permettono di esprimere ed affrontare i ricordi, i pensieri, le emozioni assieme agli altri partecipanti, sentendosi accolti e sapendo di aver condiviso un’esperienza comune.

Il defusing è un primo intervento, a volte usato come “versione breve” del debriefing, in cui comunque si ha la possibilità di raccontare ciò che si è vissuto e che si prova, ricevendo ascolto non giudicante e com-partecipazione emotiva.

La differenza sta sostanzialmente nel fatto che il debriefing ha anche un aspetto di rielaborazione, mentre il defusing è limitato alla condivisione e all’ascolto.

In questa società super sociale (basti pensare al ruolo e all’impatto che i vari social hanno sulla nostra vita quotidiana) dovremmo imparare a migliorare il nostro rapporto con le emozioni, tutte le emozioni.

E per farlo dovremmo, forse, imparare a:

  • Concederci le emozioni che proviamo, a non vergognarcene, a non nasconderle perché gli altri non le vogliono ascoltare o perché le minimizzano, quanto piuttosto ad indignarci se viene represso il nostro bisogno di buttarle fuori e di metterle in bella mostra.

  • Non temere i vissuti degli altri, anche quando li troviamo sconvolgenti o dolorosi: ascoltarli, accoglierli, ammettere senza paura che sono pesanti, ma che non per questo vanno tenuti nascosti. Possiamo piangere insieme, o anche solo prestare una spalla per permettere di farlo a chi ne ha bisogno.

  • Chiedere ascolto, chiedere aiuto, ammettere a noi stessi quando siamo saturi di tutti quello che ci teniamo dentro e di tutto quello che ci siamo tenuti dentro. Non si è deboli se non si regge sempre e per sempre il peso della vita, che ha i suoi modi per metterci alla prova. Anzi, ci si indebolisce se non ci si concede di esserlo quando è il momento.

Giulia Schena è una psicologa. Puoi trovare il suo account Instagram qui.

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