Devi sapere che...

“Chat Telegram”, riflessioni di Giuditta Giuliano.

Non è difficile immaginare molti dei membri di quell’orribile chat Telegram come individui apparentemente “normali”, ligi al dovere e alle istituzioni e con un’ottima padronanza delle norme proprie del buon costume. Non è difficile nemmeno ipotizzare che altri siano ragazzini superficiali e senza cervello, pronti a frignare come marmocchi davanti a un graffietto sul dorso del loro motorino, ma che in un contesto di gruppo, spronati da altri più “balordi”, non avrebbero problemi a gettarsi nella mischia di uno stupro.

Altri ancora potrebbero aver scelto di far parte di quel covo degli orrori un pò per goliardia un po’ per noia, come chi decide di cazzeggiare con gli amici guardando snuff movies sul deep web.

E poi ci sono quelli che sui corpi ignari delle donne esibite nella chat hanno lucrato, come fossero proventi di una scommessa, se non infima merce di scambio.

Il punto è che non esistono persone totalmente buone e totalmente cattive. Le divisioni manichee (da manicheismo n.d.r.) servono solo ad innaffiare la piantina rinsecchita delle certezze di chi decide di girare la testa dall’altra parte. Non è realistico pensare che tutte le 50k persone che prendono parte a quella chat siano degli irrecuperabili “cattivi”. Ma il dato agghiacciante è proprio questo: se c’è una cosa che quegli individui hanno davvero in comune è il fatto di condividere una stessa pervasiva mentalità portata alle sue estreme conseguenze.

Quella stessa mentalità che nei casi “meno gravi” veicola messaggi volti a screditare, controllare, deprivare, mentre in quelli più tristemente noti si spinge fino all’annientamento totale della donna.

Quella stessa mentalità che , presa più alla larga, fa passare per naturali o atavici dati socialmente costruiti.

Non continuiamocela a raccontare, ad esempio, la vecchia storiella dell’uomo che è “naturalmente” promiscuo e della donna che invece non lo è, per via di questo e quell’altro lascito ancestrale.

Spesso si è fin troppo bravi a dimenticare l’estrema labilità dei referenti culturali o ad omettere la quantità secolare di stratificazioni nei più disparati ambiti della vita e della percezione umana, davanti a un sistema di pensiero fuorviante che ci chiede solo di essere assecondato e di considerare normali cose che in realtà sono solo volte al controllo.

Spesso mi sono ritrovata a pensare come certe pressioni sociali, oltre che sulle donne, possano gravare anche su una parte di uomini.

Infatti credo che diversi uomini non si sentano rappresentati dal modello di dongiovannismo e virilità coriacea incentivato dalla società, così come tante donne sono lontane anni luce dalle aspettative opprimenti che un certo tipo di mentalità molto diffusa ripone in loro e nella gestione della loro vita privata.

La sessualità è qualcosa di estremamente potente e complesso, e proprio per questo è sempre stata uno strumento privilegiato del potere. Da un punto di vista politico lo è da almeno cinque secoli, mentre da un punto di vista antropologico lo è fin dalle più elementari forme di aggregazione sociale. In tempi più recenti lo dimostrano la quantità inaccettabile di femminicidi e di violenze (fisiche e non) perpetrate ai danni di donne che hanno solo la “colpa” di essere tali.

La misoginia, il sessismo e l’aggressività che abitano questo mondo passano attraverso i canali più subdoli, si annidano nel quotidiano, sono sintomi di una smania di potere che pretende di essere assecondata e di restare intatta fin nelle proprie più inique disposizioni.

E se da un lato è certo che bisogna abbandonare l’illusione di poter dividere la terra tra persone del tutto buone e del tutto cattive, è altrettanto certo che qualunque azione, parola o gesto volti a controllare, offendere, umiliare o privare qualcuno dei propri diritti rientrano nel dominio della violenza.

E a mio avviso una società civile degna di essere definita tale, dovrebbe dimostrarsi all’altezza di gestire o quantomeno di sublimare anche le pulsioni più aggressive.

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