Racconti

“Al di qua” di Lola Ma

PACHU M TORRESArtwork: PACHU M TORRES

Lo volevo tantissimo. In quel momento non desideravo altro. Era carne viva, sangue nero che pulsava dentro le mie tempie. Era un gioco. Era evidente a entrambi che lo fosse. Senza vincitori. Solo piacere fine a se stesso. Giocare a far finta che non sarebbe successo nulla. Giocare, divertiti, anche in mezzo al resto del mondo, che – ignaro – affogava nel suo gin tonic.
Volevo tutto. E dovevo prendermelo. Un istinto famelico, un richiamo atavico. Non l’avevo realizzato subito. Ma si era concretizzato in un fotogramma preciso, successivo, stampato nei pensieri. Nel momento in cui il vino, scendendo liscio in gola, aveva acceso tutte le luci. Il rosso aveva unito i puntini e il quadro aveva iniziato a splendere. Fu quando gli si aprì un sorriso dentro gli occhi, tondi, piccoli. Un sorriso laterale, parallelo. Di messa in guardia. Di quelli che sospendono ogni tregua.
Da quel momento le sue labbra mi dettavano mute la strada, insegnandomi il senso semplice di tutto quello che avevo davanti. Dovevamo mangiarci. Doveva finire a sbranarsi.
E così ha iniziato a mordere,
Nonostante i miei primi finti rifiuti.
Nonostante la sua bocca che si muoveva per sottrazione. Piano, lento, come per gustare piccoli bocconi speziati. Finché non ci si arrese a forze più robuste di minuscole volontà. Ho leccato ogni millimetro.
Ho raccolto tutti i sensi, glieli ho rovesciati addosso.
Ero dentro ogni suo schiaffo, nello specchio di ogni suo gemito, in fondo al suo profumo, dopo ogni dolore, nel vibrare della sua carne. Aveva una grazia antica, gentile.
Raggomitolata sulle sue gambe, tornavo bambina, sotto le sue mani.
Mentre lo toccavo, leccavo, come una gattina, una ciotola di latte dolcissimo e invisibile. Mi stringeva il collo, io spalancavo le gambe. I piedi in aria, liquida, pulita, liscia, colava.
Mi nutriva con le sue dita, mi teneva chiusa in una stretta.
Spingeva dentro senza tregua, poi lo rilasciava fuori lento, godendosi il suo piacere dentro la smorfia che mi deformava il viso.
Un fuoco mi inarcava la schiena. Sotto la maglia, le mie tette piccole, i miei capezzoli grandi e duri. Da stringere forte. Duri, da schiacciare fino a farli arrossare. Sono piccole ripetevo. Sono belle, prendile, pensavo. Godevo dentro il suo grido soffocato, godevo sulla punta del suo cazzo a ogni suo rantolio. Era istinto e razionalità, piacere lucido. Era mansueto, però guidava lui. Metteva lui i paletti. Ma laggiù, in fondo. Dove quasi non si vedevano.
Al di qua dei paletti era tutto permesso.
Occhi fissi negli occhi, su traiettorie senza bussola, affondando le unghie, tutto ci siamo permessi.

 

Lola Ma ha pubblicato altri racconti per Clitoridea.
Per leggere “Pigtails” clicca qui.
Per leggere”Starry eyes” scritto con Ketty Rotundo clicca qui.
Per leggere “Caffellatte” clicca qui.

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...