Racconti

“Musyne”di Nancyfordinner

IMG_20191022_190322_763 (Fotografia dell’autrice @nancyfordinner)

Aveva gli occhi grossi, scuri e tristi. Le braccia molto magre, il sorriso raro, e pure spento. Io la chiamavo Roberta, ma avevo sentito che si chiamava anche Lorenza, e persino Musyne per gli amici francesi, quelli che arrivavano in città per affari. Ma non gli affari grossi, altrimenti non sarebbero stati dalla loro Musyne, ma da una escort di buona classe. La mia Roberta invece era soltanto una puttana, e non veniva da una classe tanto buona. Suo padre l’aveva dimenticata prima ancora della sua nascita, quando aveva dimenticato sua madre, che forse aveva amato per una sola notte, quella che era bastata a Roberta per nascere. Di mattina Roberta lavorava in una fabbrica di pasta, faceva l’operaia. Ero andato a vederla lavorare, un giorno. Mi ero nascosto da un lato e, complice una finestra bella larga che dava proprio sullo stanzone interno al fabbricato, l’avevo contemplata a lungo mentre muoveva quelle sue manine nei pochi gesti statici che le erano stati assegnati. Lo faceva lentamente, con attenzione, e neanche i suoi occhi si riposavano mai, per ore e ore fissi sul tavolo da lavoro.
Di mattina la mia ragazza lavorava in fabbrica, e di notte si prostituiva. Alle sei del pomeriggio era già esausta dopo nove ore di lavoro senza speranza, ma appena un’ora dopo era già in strada ad offrirsi ai passanti. Aveva sei clienti fissi, e poi cercava di arrotondare convincendo qualcuno a portarla a casa sua, o a farla salire almeno in macchina per un servizio più veloce e meno costoso.
Uno di quei sei clienti ero io, gli altri cinque erano i miei rivali. Un siciliano, Matteo, giovane e carino, e povero in canna quanto Roberta – che lui chiamava Lorenza. Era bello, Matteo, e molto fantasioso. Ogni volta che restava solo con la sua Lorenza le chiedeva una cosa diversa: s’inventava l’amore apposta per lei. Una volta era uno scherzo crudele, un’altra volta una luna di miele, una terza volta era obbedire e una quarta era comandare. Così inventava l’amore Matteo, senza capire che a Roberta comunque fare l’amore con lui non piaceva, qualunque cosa avesse studiato quella sera sarebbe rimasta una perdita di tempo, un regalo mal accetto. Matteo era generoso, un po’ ingenuo ma almeno era un bravo ragazzo. Era bello, e perciò, diceva Roberta, era buono.
C’era Manuel, lui sì che era cattivo. Troppo tozzo e quasi impotente, lo era per forza cattivo, secondo lei. Erano le sue insicurezze a renderlo così, a farlo comportare sempre come se dovesse dimostrare a sé stesso di essere di più, di più, di più, fino a dimenticarsi degli altri. Se teneva stretta sotto di sé Roberta, e la scopava impedendole quasi di muoversi, lui sentiva che poteva fare qualsiasi cosa, che possedeva quella donna perché era abbastanza per lei. E anzi, forse era lei a non esserlo per lui. Allora le raccontava di quanto fosse bella la donna che aveva scelto come moglie, che certo non le poteva ficcare il pene in bocca come faceva con le puttane, perché lei era una donna ben educata, delicata, che meritava una certa attenzione, una cortesia tutta sua.
“E io invece che mi merito?” mi chiedeva Roberta. Io le sorridevo, alzavo le spalle e dicevo: “tu ti meriti la verità, la verità di un uomo. E la verità è che nessuno ama la moglie come ama una puttana.” Volevo rassicurarla, ma riuscivo a dirle solo quello che pensavo. Non ci riuscivo a rimanere dolce con lei, non mi piacevano le storie che mi raccontava e impazzivo di gelosia, e non volevo dargliela la dolcezza, non volevo dargliela vinta.
Che egoista, che ero. Che egoista perché Roberta non poteva scegliere.
Poi c’erano i francesi, quelli che provavano malinconia per casa loro e per le loro famiglie e la andavano a sfogare su Musyne, che era un po’ figlia e un po’ moglie, che ricordava loro un po’ una bambina, un po’ una donna.
Le facevano dire tutte parole che lei non aveva mai sentito, parole in francese che era contenta di aver imparato. Si sentiva un po’ lontana da casa con quelle parole, come se potesse scappare fino in Francia solo rispondendo “oui, oui, oui” ad ogni cosa che le proponevi. Non diceva più sì, non lo diceva più a nessuno. Diceva solo oui, e si nascondeva dietro quella parola che in francese aveva un significato chiaro, ma che per lei voleva dire adesso scappo. Aspetta, resta a guardare. Anzi, chiudi gli occhi. Oui, chiudi, chiudi gli occhi. Quando li riapri non ci sarò già più. Oui, oui!

“Tu hai i soldi, Pietro, e io parlo francese. Perché non andiamo via di qui?”
“Perché io non ho abbastanza soldi, e tu non parli francese. In francese sai dire solo scoparmi, sono una troia, si, si..”
Si metteva a ridere, poi, non so se per farmi piacere o perché la mia antipatia le stava davvero simpatica. Quando una ragazza è come Roberta non è abituata né al bene né alla simpatia, e può darsi che confondi il male per il bene solo perché è un po’ meno male di quello che vede di solito.
A fare l’amore con Roberta non si riusciva mai. A letto provavo a chiederle cosa le piacesse, e passavo ore e ore nella notte a pagarla per darle quanti più orgasmi riuscissi, dimenticandomi completamente di me.

Le volte che lei restava lì con me, però, erano comunque poche. Il più delle volte era come se fossi solo, con un bel corpo davanti, tutto a mia disposizione: potevo farne quello che volevo, qualunque cosa. Lei non odiava nulla, non giudicava nessuno e non si indignava neppure davanti alle fantasie più disgustose. Però non poteva amarti, non ti amava, e se tu finivi per amarla, e alla fine ci finivi per forza ad amarla, lo sentivi ed era tremendo. Provavi a fare l’amore con lei, ma lei continuava a fare sesso con te. Allora ti indignavi, la odiavi, le lasciavi qualche banconota in meno e provavi a fare sesso anche tu. Te lo facevi prendere in bocca, le scopavi la bocca, le tenevi la testa per farglielo prendere tutto in fondo, le tappavi il naso alla fine per farle aprire la bocca e farglielo ingoiare. Era il tuo modo per fargliela pagare, per dirle se non mi ami almeno mi farai godere. Però alla fine lei alzava gli occhi, tutta sporca del tuo sperma in viso, ti sorrideva, rideva e si leccava intorno alle labbra, contenta. Sempre contenta quando eri venuto, sempre contenta quando finiva.

Je t’aime Musyne, ma petite. Je ne regrette rien.

 

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