Clitoridea · storie

“Depilazione” di Sara Silvera Darnich

È estate, questo è il primo anno che per me la depilazione è diventata un vero e proprio rito di bellezza.
Un momento destinato a me, alla cura del corpo come una maschera per il viso o un trattamento specifico per i capelli.
Insomma, un rito da compiere, quando ho tempo ma soprattutto quando ne ho voglia.
Mettiamo in chiaro due cose: vorrei dire che amo i miei peli ma non è così.
Uno dei miei sogni proibiti è svegliarmi la mattina e scoprirmi liscia come un pollo del supermercato.
Vorrei dire che questa riscoperta del rituale di depilazione sia stato frutto di un’illuminazione buddista ma non è così.
Ho imparato a convivere con i miei peli a causa di una malattia.
Tre anni fa stavo morendo a causa di una patologia cronica dell’intestino chiamata Retto Colite Ulcerosa.
Me la sono cavata con una terapia farmacologica a base di cortisone e mesalazina e oggi vivo un’esistenza normale prendendo solo tre pastiglie al giorno.
Altri malati di RCU devono ricorrere a terapie sperimentali e a operazioni devastanti. Perciò direi che non è stato facile ma che tutto sommato mi è andata bene.
Non è stato facile perché mentre mi ristabilivo nel corpo e nella mente, il cortisone mi ha dato la mazzata definitiva: sono cominciati a comparirmi peli dove non sarebbero dovuti crescere.
Io sono nata pelosa, perciò la depilazione per me è stata sempre una necessità, ma da quel momento è cominciata una vera e propria guerra contro il pelo: una depilazione rabbiosa, violenta ce mi ha lasciato segni soprattutto sul viso.
Ero arrabbiata perché mi sembrava ingiusto: è vero sono sempre stata pelosa e per tutta la vita le persone non sono mai state clementi nel farmelo notare: parenti, amici, maestre, compagni (ma soprattutto compagne) di classe, sconosciuti e persino i miei genitori.
Proprio adesso che ero riuscita a vedermi bella nonostante i peli e a tenerli sotto controllo grazie a ritmi di depilazione massacranti, questi stronzi maledetti non solo ritornano ma in una quantità tale che non avevo né i soldi né il tempo per debellarli mai completamente.
Stremata dalle infezioni e dalla ricrescita dolorosa durante una visita di controllo mi sono fatta coraggio e ho parlato apertamente del mio disagio con la mia gastroenterologa chiedendo di cambiare cura perché ormai l’Irsutismo mi stava rovinando la vita.
La dottoressa mi disse una cosa molto importante: “Posso capire come ti senti. I peli si possono togliere ma non c’è un’altra cura. Lo so che è difficile ma sono più importanti i peli o la tua vita?”
Sono uscita dallo studio e ho capito che l’unica soluzione per vivere bene era di accettare i miei peli, volente o nolente.
Non si trattava più di estetica ma una questione di vita o di morte.
Così ho cominciato a rallentare con la depilazione per abituarmi alla presenza indesiderata dei peli: in inverno è stato facile, non dovevo scoprire il corpo grazie al freddo.
Ma in estate?
Pur di non scoprirmi ho sopportato i pantaloni lunghi e indossavo calze coprenti persino con gli shorts. La prima volta che sono salita sui mezzi pubblici senza aver depilato le braccia mi sono sentita schiacciata dagli sguardi delle persone.
Sono arrivata a casa e ho pianto.
Una delle cose positive di aver subito bullismo è che per sopravvivere la capacità di prendersi in giro preventivamente diventa quasi un’arte.
Così ho cominciato a giocare d’anticipo quando si toccava l’argomento peli e depilazione, soprattutto con le colleghe di lavoro: mi sono paragonata a Super Mario, a Roberto da Crema, a King Kong, Agli Yeti, al Baffo Moretti, a Elio di Elio e le Storie Tese.
Ho un Master e un esperienza più che ventennale in “Metafore applicate a Baffi,Peluria e Company”.
Poi a un tratto, ho cominciato semplicemente a non curarmi più degli sguardi, dei commenti, delle battute.
Vorrei dire di aver superato completamente il problema dei peli e di averlo fatto tutto da sola ma mentirei. Ci sono momenti che mi odio talmente tanto che vorrei cancellarmi dalla terra.
Ma poi quei momenti passano e io ritorno a esistere.
A Ottobre del 2017 mi sono innamorata di un vichingo biondo con gli occhi color del cielo e l’animo gentile.
Ora dico così, ma la prima volta che l’ho incontrato per lavoro mi ero ripromessa di infilzarlo con una forchetta al primo commento sbagliato sul mio aspetto fisico.
Due anni e mezzo dopo, Fausto è la prima persona ad avermi detto chiaramente che non si è innamorato di me per la mia pelle liscia e che i miei peli sono una parte insignificante.
La sineddoche è una figura retorica dove si crea un’immagine particolare dove si prende in considerazione una parte per descrivere il tutto.
Ecco, dopo tanti anni mi rendo conto che per tanto tempo ho lasciato che una parte, i peli, andassero a definire l’interezza della mia persona, oscurando la mia individualità.
Io sono molto più di un ammasso filamentoso di cheratina.
Oltre la morte, oltre la malattia, l’accettazione dei miei peli fortunatamente non è stata solo una questione di sopravvivenza ma una celebrazione delle mie radici, della mia genetica.
Sono nata a Milano ma nel mio sangue si concentrano mille culture.
Perché fingere di non avere peli o peggio di avere una peluria bionda se non ho origini nordiche?
I miei colori sono altri. Le mie terre sono calde, ostili, selvagge, resistenti e tumultuose.
E così sono io.
Non voglio più falsificare la mia storia; non voglio più omettere nessun dettaglio.
Non posso raccontare la bellezza della Sardegna, senza parlare della sua chiusura, non posso celebrare l’America Latina senza sottolineare le cicatrici del narcotraffico e della dittatura militare, non posso palare del magnetismo sensuale del Medioriente senza dimenticare le sue barbarie.
Così non posso fingere di essere glabra se sulla mia testa domina una cascata di ricci selvaggi, spessi e indomiti come me, come le mie terre.
Il mio corpo non è oggetto di negoziazione, non è sindacabile, non è merce di scambio.
Se è vero che la mia interezza non può essere rappresentata da una parte, così non esisterá Sara senza quegli odiosi, fastidiosi, antiestetici peli.

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