Racconti

“Frammenti della battaglia” di Giovanni Canadè

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                                           (Dipinto La Primavera, Pierre Auguste Cot, 1873)

In casa.

Dalla finestra: raggi di luce artificiale a posarsi sugli oggetti, sui pochi mobili, sui loro corpi nudi.
I lampi esplodono a comando. Metallo e un ronzio che allerta gli animali. Ma dentro casa si può fingere un egoistico isolamento.
E allora: lui e lei. Le loro gambe a tremare, stavolta, per un’altra energia, per i loro occhi che si cercano e ricompongono le loro anatomie tra le ombre.
Le luci sui loro corpi nudi. E ogni esplosione a corrispondere con altra tachicardia.
Lui pensa: – Se la tocco, sparisce.
Lei dice: – Cosa aspetti, hai paura?
Lui si gira verso di lei, immobile in quella posizione che le illumina il fianco sinistro.
Le si avvicina, le poggia le dita proprio lì, sulla pelle. E lei non sparisce.
Si spostano.
Ai piedi del letto, la luce esterna è discreta. Basta uno spiraglio a illuminargli l’erezione.
Lei si abbandona, si sdraia a pancia in su. Apre le gambe. Lui vede quello che aveva immaginato a lungo, mentre percorreva i campi al confine, nell’aria acida. Come fosse un batuffolo di pelo, buffo, delicato.
Sorride perché ha appena intuito il motivo per cui la chiamano “micia”.
Lei si allarga le piccole labbra. Luccicano. In alto, vede quello che lei chiama “bottoncino”, che a lui sembra un brufolo, più grosso del normale. Però lei gli dice di sfiorarlo e lui obbedisce. La sfiora piano, come a caricare un’arma, nascosto a pochi metri dal nemico.
Poi lui si lascia ipnotizzare. Abbassa la testa e usa la bocca a bere la brina di quelle labbra.
Nell’aria si diffondono rimbombi, e lui le entra dentro, silenzioso. Un leggero sospiro, lo sente solo lei, un alito nel suo orecchio, abbracciandolo.
“Non staccarti, non andar via”, lo prega. Una dolce supplica, oscenamente materna.
Si muovono entrambi, scomposti. Seguono il proprio ritmo. Due soldati che si studiano, che si cercano, che procrastinano la battaglia, che la pregustano beandosene con timore.
L’aria nella stanza è sudore acre e polvere da sparo. Lui e lei l’aspirano avidamente. Quando indovinano il ritmo dell’altro, hanno già finito.

***

“E questi lividi come te li sei fatti?”, gli chiede.

Lei li sfiora appena. – Come vorresti che me li fossi fatti?, risponde lui, malizioso – In quale modo ti eccitano di più?
Sorridono. Poi lei si abbassa e li bacia. Il primo contatto delle labbra gli fa male. Il secondo è più tenero, ha trovato la giusta misura.
Lei vorrebbe leccarli, i lividi. E li lecca.
Vorrebbe succhiarli, e li succhia.
Lui soffre, pensa all’artiglieria lasciata lì, sulla porta. Perché in battaglia si soffre, ma si considera lo stesso un eroe ad abbandonare i compagni per questo dolore privato.
Torna il piacere, l’erezione di quel membro che, solo ora, ha compreso a cosa può servire, e che preferisce a quei falli di metallo che deve timbracciare per vivere.
Lei posa la sua bocca piccola sulla punta del suo pene, mimando il gelato mangiato poche settimane prima, quello alla fragola, nella piazza, prima delle esplosioni.
Lui, che ha la forza di uccidere altri tre, quattro soldati, ma non quella che serve a resistere a un altro bacio sulla punta.
Lei si inumidisce le labbra di bianco.

***

Lui e lei dormono sul letto, sulle lenzuola, nonostante il freddo e il sapore acre che filtra tra le finestre.
Fuori, esplosioni.
La guerra continua a scoppiare.

Giovanni Canadè ha scritto anche “Una fantasia”, clicca qui per leggerlo.

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