Racconti

“Due” di Marco Cotroneo

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(Illustrazione di Marco Cotroneo)

La campanella era suonata e io perdevo tempo a ricordare nella saletta dell’inserviente, squallido rettangolo con vetrate e una porta, addossato ad un angolo di fronte l’ascensore. Controllavo l’orario della lezione del giorno dopo, l’ultimo prima della pausa nel week end. Ricordo il silenzio del momento, la serenità e il compiacimento per quanto fatto in mattinata. Poi, nel silenzio, dei passi. L’avvicinarsi lento, lento, poi fermo. Alzo gli occhi, di lato. In fondo al corridoio, Lei.

Ancheggiava seducente, calma, guardando fra una classe e l’altra, da un lato a l’altro. Si fermava ogni tre, quattro passi, circondata dal silenzio. La professoressa di matematica. Una donna vicina alla menopausa, bionda, magra. Un viso e un’espressione simile a una cicatrice inflitta in galera e sfoggiata con autorevole serenità. È calma e pallida.

«Piace anche a me stare molto a casa le ho detto uscendo dalla cabina dell’inserviente Ho tutto a disposizione, faccio quel che voglio e mi godo il tempo. Vivo i miei spazi».

Lei mi guarda. Si avvicina. Mi chiede.

«Che fai ancora qui? Fanno rimanere anche te?»

Le dico che quel giorno preferisco non guidare.

Lei ride, porta i capelli dietro l’orecchio, si poggia al muro di fianco la cabina. Posa il libro di matematica che teneva sottobraccio e avrei un rientro alle 16,00. Potresti anche approfittare di me.

È decisa. Secca.

Le dico di conoscere diverse ale abbandonate della scuola e che potremmo spostarci, ma lei mi afferra la camicia e mi chiede di prenderla lì, in quel momento, dovresti davvero approfittare di me, dice e il suo odore, la sua pelle bianca…

La prendo dai fianchi. La stringo al petto. Le mordo il collo. Forte! Subito dietro lo sternocleidomastoideo, quel muscolo dritto che scende dal lato del collo, dietro l’orecchio.

Lei diventa un suono che arriva dal profondo del corpo.

La sento fra i capelli, nella testa. Le afferro una gamba. La porto al mio fianco. Appena prima di baciarla mi spinge lontano. Poi mi riprende e mi trascina verso il corridoio, su per le scale. Una stanza senza porta, un arco in quello che era un convento di benedettine. A destra un altro arco, lo attraversiamo. Nella foga le strappo la camicia, voglio il suo seno, bianco e abbondante. Riempie la mia bocca con i capezzoli duri che sbattono sulla mia lingua e sul palato. Ha la pelle morbida, liscia, pallida. Mette le mani nei pantaloni, rompe la cinta e mi spinge di nuovo. Cado e rimango mezzo nudo sul pavimento. Lei, seno scoperto e gambe aperte è sinuosa. Ha una mano sul culo e mi guarda. Un suo piede sul mio petto, non ne posso più dice, mentre le stringo la caviglia. Mi sollevo e le afferro il collo, lei chiude gli occhi.

La sua bocca trabocca saliva sul mio petto, scivola giù fino all’ombelico, la guardo e ho nella mia testa quel suo non ne posso più Poi mi abbraccia, mi tranquillizza. Ha una dolcezza nuova negli occhi.

Lascia calare i jeans, poi alza le braccia dietro la nuca, piega i fianchi e guarda in basso. Solo quando alzerà gli occhi per guardarmi scaglierò il mio desiderio sul suo.

Si lascia penetrare poggiata al davanzale della finestra.

Gode in silenzio con la bocca spalancata. Il seno che sbatte sul cornicione e le braccia tese a mantenersi e a volermi sempre più dentro. Il mio ventre è sul suo culo liscio, tondo, candido. Lei sembra voglia inghiottirmi, aspirarmi. Poi mi spinge via. Io sono a terra e mi sale sopra.

Mi scopa, senza interesse. La penetro col suo tempo, è lei che si muove. Io sono costretto tra il suo corpo, i suoi jeans e la sua faccia. Entro ed esco da lei fino al suo sfogo ultimo, quando alza la testa e svuota quasi gli occhi. Non grida ma stringe, stringe forte, fino a tremare. Trema dal centro delle cosce mentre ancora strofina e bagna i nostri corpi. Un liquido denso mi attraversa l’inguine fino a gocciolarmi nell’ano. Ci guardiamo e lei capisce.

Esce e decide di dissetarsi di me fino all’ultima goccia senza smettere di toccarsi. La sento godere, ad occhi chiusi. Ha ancora il mio un cazzo moscio in bocca. Quando sente di essere appagata si ferma per guardarmi seduta col culo sul pavimento freddo. Ha gli occhi colpevoli.

Ci rivestiamo. Scendiamo le scale in silenzio. Fuori c’è il sole.

«Ci vediamo domani», mi dice.

E va via. Lasciandomi lì, da solo.

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