Racconti

“Il frutto dell’amore” di Ottavia Corazza

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(Immagine personale dell’autrice)

Sfrego le scarpe sullo zerbino e attraverso la soglia. Provo una profonda gratitudine quando entro nell’appartamento di Carlo. Fanculo al cambiamento climatico! È quasi aprile e non mi sento più le dita e il naso e ho i capelli pieni di fiocchi di neve. Tutto sommato, un po’ è anche colpa mia, dato che preferisco buttare tutta l’immondizia in quel cassonetto così comodo proprio davanti casa. Lungi da me fare due passi in più e rischiare di perdere due minuti di fantastica noia sul divano! Con una pressione gentile sulle spalle, mi invita a sedere.
Certo che è proprio bello. Il ragazzo-acciuga del liceo ora è solo un ricordo lontano rimosso da molte lozioni antibrufolo. Gli occhiali dalla montatura sottile ingrandiscono leggermente gli occhi castani di Carlo, trasformandoli in cioccolata fusa. Deglutisco, immaginando quel colore colarmi addosso, caldo e intenso.
Non ascolto una sola parola di quello che mi sta dicendo. Fantastico.
Si avvicina, si siede accanto a me. Non so nulla di lui. Chi è ora? Cosa fa nella vita?
Dentro muoio un po’.

Ero davanti al portone di casa mia, saranno state le dieci di sera, perso nei miei pensieri. Era una di quelle sere in cui la notte mi chiamava, invitandomi. Mi diceva: “Vieni, dissolviti in me. Il tempo non esiste. Vieni, nuota in questo mare ovattato”.
Mi piaceva giocare al bello e dannato. Fuori forma, con qualche brufolo e con i capelli non proprio puliti, ma comunque bello e dannato. Bramavo con tutto me stesso una sigaretta, così mi sono avvicinato al primo passante. Era lui, ma non l’ho riconosciuto subito. È stato strano. Le persone crescono, ma forse cresce soltanto la grande maschera che indossano ogni giorno. Si dicono ad alta voce che sono adulti, quando una parte nascosta di loro si appende all’aria della sera, per quanto fredda, per rivivere un ricordo.
“Ciao Giovanni, è un po’ che non ci si vede.”
Non penso e scivolo verso di lui, come se la gravità fosse cambiata improvvisamente. Le sue labbra. Lo bacio. Il calore del suo respiro spezza in due il mio. Sento salire una piacevole febbre sulle mie guance. Lo bacio con tutto me stesso. Nemmeno lui si risparmia. Sento degli spifferi dietro di me, forse ci siamo addirittura dimenticati di chiudere la porta di casa. Non importa. Lo voglio, adesso. I nostri cuori battono forte, corrono come animali spaventati.
Sono senza vestiti, esausto e felice. Il pene è un calzino moscio e umidiccio tra le mie gambe. Rabbrividisco un po’ al contatto con la ceramica della vasca. Come sono finito lì? Non ricordo. Ridacchio tra me e me, pensando che ora non conosco biblicamente solo il mio ‘amico’ , ma in un certo senso anche la sua casa. Una benda nera e morbida cala sui miei occhi. Sorrido, non ho intenzione di opporre resistenza. Viviamola questa notte!
La mia bocca sa ancora di tabacco quando sento due labbra schiudere la mia bocca dolcemente. Sapore di ananas. Ora si va sul classico, qualche minuto e potrei restituire il dolce favore. Che strana sensaz…BRUCIA. LA MIA LINGUA BRUCIA.
Mi agito, ma un corpo robusto mi tiene ancorato alla vasca da bagno. Impazzisco dal dolore, sento appena quello che mi sta sussurrando Carlo all’orecchio.
“digerisce…conosciuto come ananas…enzima…chiama bromelina ed è come se il frutto stesse mangiando te mentre tu…”
Lampi bianchi di dolore investono il nero che ho davanti agli occhi.
La frase preferita di Carlo.
“Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante tu ne possa sognare nella tua filosofia”
Dolore. Buio. Nulla.

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