Racconti

“Blank space” di Hernameiserato

Nudo velato”, Daniela Veronese                “Nudo velato” di Daniela Veronese

 

È il tramonto e il sole sta scomparendo dietro le montagne illuminando Piazza Martiri di colori scuri dai riflessi arancioni e violacei. Gli ultimi raggi rimasti si riflettono sulle capotte delle automobili parcheggiate quasi a creare un contrasto di luci e luminosità naturale che fa brillare lo spazio intorno a me, quasi come se fosse un silenzioso rituale di attesa per le luci del cielo, le stelle.
Il mio unico compagno è il tonfo sordo dei miei tacchi mentre cammino non so bene verso quale direzione, semplicemente cammino. Metto un piede davanti all’altro con le cuffie nelle orecchie e le mie canzoni preferite, canzoni che parlano al mio stomaco e al mio cuore. Cerco di non farle arrivare alla testa altrimenti sarebbe la fine per tutte quelle farfalle che ho nello stomaco da ormai troppi mesi.
Per terra la strada è composta da cubetti di porfido: piccoli, squadrati, rossicci, disconnessi e tenuti insieme l’uno dall’altro da cemento o, come direbbe Lui, catrame. La strada è dunque interrotta, divisa in mille quadratini, spezzata. Rotta, ancora meglio, come la mia voce ora, mentre penso a Lui, ai suoi occhi, alle sue mani, alla sua bocca, alle sue labbra quando sfiorano il mio corpo, ai suoi denti quando mi mordono i seni. Rotta come la mia voce quando in mente ho pensieri illusi che parlano di noi. Illusi, sì, perché noi due non potremo mai stare insieme. Lui vuole solo possedermi, prendermi. Gli piace l’effetto che ha su di me: basta un bacio per mandarmi su di giri.

Quando accade, i pensieri si bloccano e tutto ciò che sento sono due anime dentro di me e un solo corpo che percepisco per la prima volta. Parti sensibili che riesco ad apprezzare. Mi sento bella, seducente, ma solo se è Lui a guardarmi, con i suoi occhi verdi così profondi e misteriosi, indecifrabili…
Quando mi tocca con le mani grandi, morbide e curate, quando mi accarezza il viso e mi tiene la testa ferma incastrando le dita tra i miei lunghi capelli e poi si avvicina a me e mi bacia. Quando accade, tutto si ferma, tutto si annulla e si cancella. Tutto scorre, tutto passa e si trasforma: i nostri baci sono un divenire di passione, voglie e sentimento. Sentimento che per lui non c’è.
Dice che non mi devo illudere ma poi grida il mio nome mentre è dentro di me e mi possiede, e si muove, e geme sussurrandomi “Mi vuoi? Perché io ti voglio”. Ma vuole solo il mio corpo, la mia delicatezza, la mia sensibilità, la mia vulnerabilità. È questo ciò che vuole ed è per questo che ama prendermi, ama farmi gemere: ama sentirmi dire che mi piace quello che fa, come si muove, come tocca l’ombra del mio corpo e della mia anima.
Non mi cerca mai se non sono io a farlo. Ma io lo voglio, lo desidero, bramo che sia dentro di me, che mi baci il corpo, che stringa i miei seni tra le sue mani, i capezzoli tra le sue dita, la sua lingua nella mia bocca, sul mio collo, sul petto, sulla pancia, attorno all’ombelico, sulle cosce e poi lì, dove mi fa impazzire. Un’esplosione di emozioni e di piacere.
Mi bacia: in bocca, con la lingua, mi morde il labbro inferiore forte ma delicatamente, e io ricambio, ma gli faccio male, perché non riesco a trattenermi. Gli stringo le cosce attorno ai fianchi, premendo il mio bollore contro la sua erezione, schiacciando i miei seni sul suo petto e toccandogli le spalle, il collo, i capelli, il viso, stringendolo a me con la voglia di farlo mio. Si innervosisce perché ama avere il controllo e dunque lo riprende: mi blocca le mani e inizia a spogliarmi. Sbottona la mia camicetta bianca. Bottone per bottone fino a scoprire il reggiseno di pizzo nero che gli piace tanto. E così mi prende, mi spinge sul divano, mi spoglia tutta e, finalmente, mi fa sua.

Non aspettavo altro.

Non aspettavo altri.

Aspettavo soltanto te.

Il pavimento è sconnesso, la luce se n’è andata, i lampioni illuminano le vie vuote, la voce è rotta, la musica continua a suonare nei miei auricolari, lo stomaco brontola ma non per la fame. Prometto che, prima o poi, vi libererò farfalle. Per ora restate ancora un po’ con me, per favore. Fatemi sentire viva, nonostante gli occhi lucidi.
O, forse, proprio per quelli.
Che siano queste lacrime catartiche?

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