storie

“Note dal corpo” di Vera Pietra

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(fotografia dell’autrice)

Cos’è la percezione del corpo?

Durante l’infanzia ignoravo il mio corpo, durante l’adolescenza lo conoscevo e infine nella giovinezza lo martoriavo ingrassando e dimagrendo. E ora mi ritrovo un corpo che amo. Amo i seni scesi solcati da smagliature, i capezzoli piccoli e l’areola grande e sbiadita. Amo i fianchi larghi, ricchi e la pancia gonfia, l’ombelico pigramente appoggiato sotto una piega della carne. Le mie mani affusolate che scorrono sulle braccia lisce, perché più di ogni altra cosa amo la mia pelle candida e senza difetto. Il collo elegante, il viso dagli occhi stretti, le labbra morbide e il naso pretenzioso, come dice una mia amica. I ricci morbidi mi incorniciano la fronte alta e spaziosa. Tutto questo corpo, ho imparato ad amarlo così com’è, intero, stando con un uomo. Ho imparato a non vergognarmi, a gridare e tacere nell’amore, a prendere un uomo completamente, fino a farlo arrivare nelle pieghe del cervello e della pancia. E pian piano l’ho visto andare via, togliermi tutta la confidenza che un centimetro per volta avevamo costruito, togliermi il piacere della carne persino. Sono arrivata a pregarlo per avere un po’ delle sue parole, un po’ del suo corpo, almeno quello. Ma non poteva, non sapeva farmi entrare nel suo lato del muro. E questa sua incapacità di trattenermi a fianco a lui l’ha ucciso ogni giorno di più.

Poi un giorno, per gioco, per divertimento, per dovere verso me stessa, per il modo follemente ostinato di dover rinascere forte, sempre e subito, prendo tra le mani un altro uomo. Tutto diverso. Un’altra pelle rivestiva questa anima lieta, un’altra mente mi si insinuava tra le gambe. La prima volta sono tornata a casa piangendo. Avevo osato pensare che se la mente poteva affezionarsi a qualcuno di diverso, anche il mio corpo, dopo soli sei anni, avrebbe saputo accogliere quello di un altro. Tutto è stato bello nell’ansia di aversi e conoscersi, primi passi mossi a tentoni ma senza inciampare. Eppure un sibilo di sottofondo mi ricordava che il sesso di lui era assai diverso dal sesso che avevo tenuto in bocca altre volte, ed anche il suo sapore. E quelle mani che mi stringevano, forte, quasi a volermela strappare di dosso la carne, quelle mani non mi avevano mai toccata prima. E quel desiderio… E questo sibilo maligno si è messo a gridare fortissimo “puttana” nella mia testa mentre rientravo a casa da sola. Puttana per essermi concessa subito, puttana per averglielo preso in bocca e di gusto anche, puttana per aver pensato a chi c’era prima mentre toccavo il sesso di oggi; puttana per non saper tornare a casa ridendo dopo quello che io ho deciso di fare, di mia iniziativa. Puttana. Libera puttana che ama il suo corpo e ricomincia ad amare. Libera che sento la terra di nuovo e il mare e il vento. Libera tra le mani di chi finalmente sa desiderarmi completamente. Puttana è forse sinonimo di libera, penso. Chiudo gli occhi tra le coperte e mi addormento, assaporando l’odore nuovo che mi si è accoccolato tra i capelli e le gambe.

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