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Fish&Chips: “International Erotic Film Festival” reportage di Claudia Scano

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Sono arrivata a Torino il secondo giorno del “Fish&Chips Film Festival” – rassegna internazionale di cinema erotico (e pornografico) che quest’anno è giunto alla quarta edizione – accolta da un freddo pungente e un sole pieno, proprio un bell’abbraccio per iniziare il mio intenso week end a base di erotismo e divertimento. Sono andata allo Spacenomore all’“Incontro sull’evoluzione del porno” i cui relatori sono stati Slavina (devo davvero spiegarvi chi è?!), Davide Ferrario (regista), Sandro Avanzo (critico cinematografico), Pierre Emö (performer) e moderato da Gabriele Rigola (docente universitario). Slavina in particolare ha sottolineato quanto il femminismo abbia influito e stia influendo positivamente sulla narrazione pornografica che finalmente riesce, grazie al cinema indipendente, a offrire una visione alternativa al mainstream. Il recentissimo oscuramento di contenuti erotici e pornografici su una piattaforma come Tumblr, rappresenta una battuta d’arresto parziale al discorso sulla liberazione dei corpi e della sessualità. Slavina inoltre ha posto l’accento sull’osceno: dove trova spazio in questo contesto?
Pierre Emö ha aggiunto quanto l’autorappresentazione sia importante per far aumentare l’attenzione e ampliare il dibattito attorno a questi temi, e quanto sia necessario essere presenti sui social per veicolare determinati messaggi nonostante la censura. Ha sottolineato come il porno tradizionale possa ancora farla da padrone grazie agli ingenti investimenti e introiti economici che genera, schiacciando le realtà che provano a proporre un immaginario altro.

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Finito l’incontro sono andata al Cinema Massimo dove ho visto “Cumper”, il primo lungometraggio del duo Rosario Gallardo, girato on the road (o forse sarebbe meglio dire on the piazzola di sosta) tra aprile e maggio 2018 e in concorso al Festival. Per chi non la conoscesse, Rosario Gallardo è una coppia di performer, pornoattivisti e videomaker che ha fatto dell’esibizionismo, dell’autorappresentazione e dell’osceno la propria chiave narrativa e comunicativa. Si entra nel vivo immediatamente: sesso sesso sesso senza soluzione di continuità e tantissimo senso dell’umorismo. Una delle domande che (si) pone il film è: “Quattro persone legate dal desiderio sono una famiglia?”. Non è mancato chi nel pubblico abbia domandato come mai tante fellatio (latino mio) e neanche “una leccata di fica” (cit.). Regina Vertebra aka Maria Tinka aka la metà con la fica di Rosario Gallardo ha risposto che non c’è stata una ricerca stilistica in tale senso e che non c’è stata intenzionalità nel rappresentare certi atti sessuali a discapito di altri, semplicemente non ci sono stati cunnilingus (latino mio) che siano valsi la pena in fase di montaggio.
L’ho trovato irriverente, fresco, spontaneo e mi ha fatto riflettere sul concetto di comunità, oscenità e desiderio, appunto.

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Appena terminata la visione sono ritornata allo Spacenomore all’incontro “Molto piacere” in cui sono state presentati i progetti editoriali autoprodotti Frute (si pronucia così come è scritto) (Udine), Ossì (Roma) e Pleasure Rocks (Milano).
Frute si propone come una rivista vera e propria che tratta tematiche di genere, femminismo intersezionale, autodeterminazione. Molto simile nello stile grafico è la cugina romana di qualche mese più giovane: Ossì, che pubblica un racconto erotico/pornografico (ma diciamolo pure: zozzo!) corredato da fotografie, illustrazioni stilose e una colonna sonora che si può ascoltare su Spotify.
Diverso è il caso di Pleasure Rocks, un volume fotografico disseminato di citazioni tratte da “Testo tossico” di Paul B. Preciado (forse il libro più noto del filosofo spagnolo) e in cui i concetti di piacere ed erotismo sono presentati in chiave non convenzionale, attraverso l’uso di corpi e pietre.
Cosa hanno in comune questi tre lavori? Tutti parlano di eros, sessualità, corpi, e soprattutto sono stati ideati e realizzati da donne. Come all’incontro precedente, anche in questo caso si è parlato dell’importanza del discorso femminista nell’ambito della narrazione erotica e pornografica. Sembrerà una ripetizione, ma il linguaggio sta cambiando proprio perché finalmente donne, persone non binarie, trans e queer in generale si stanno affermando per dire la loro. Il dialogo si sta evolvendo e diversificando grazie alla molteplicità di voci, dei punti di vista e il risultato sono opere che si rivolgono a un pubblico eterogeneo e apertamente disinibito (non solo in termini sessuali).
Partecipare a questi convegni mi ha rincuorata, dato fiducia e credo che siano proprio realtà così che possono apportare un valore aggiunto al dibattito.
Ho fatto fagotto delle mie riflessioni e sono andata nuovamente al Cinema Massimo per la visione di un film la cui sinossi mi aveva molto incuriosita: “Bedbugs” (titolo originale “Fikkefuchs”).
La sala era piena e – siccome davanti a me c’era un tipo che con la testa oscurava la parte di schermo su cui scorrevano i sottotitoli – ho passato buona parte del film ad allungare il collo come una giraffa per cercare di capire i dialoghi, che – essendo in tedesco – non erano comprensibili altrimenti, almeno per me. La storia quella di un uomo quasi cinquantenne che conosce un figlio che non sapeva neppure di avere. Un attempato seduttore ormai alla frutta e un giovane malato di sesso scappato da un ospedale psichiatrico per evitare la terapia che avrebbe dovuto seguire proprio per un’aggressione a fini sessuali.
Interessante la riflessione sulla codifica dei messaggi (sessuali) («Lei aveva le tette di fuori, quindi voleva scopare», questo più o meno uno dei passaggi in cui Thorben, il giovane, spiega perché ha assalito quella donna), sul consenso e sull’ossessione di sedurre (che probabilmente coincide con quella di non voler accettare il tempo che passa, col machismo e con tutta una serie di stereotipi di cui la nostra società è impregnata). Un film con un potente slancio sarcastico, venato di amarezza: memorabile e disgustosa assieme la scena in cui padre e figlio tornano da una notte brava che ormai è giorno, e Rocky (il padre) è così sbronzo che non si regge in piedi, vomita, si fa la cacca addosso e viene assistito da un Thorben stanco e disperato, per la prima volta responsabile e responsabilizzato.
Sono uscita dalla sala divertita e pensierosa, carica di un’energia che mi sono portata dietro per tutto il festival.

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Il giorno successivo ho preso parte al rinomatissimo “Workshop di eiaculazione per fiche” condotto da Valentine aka Fluida Wolf. Il laboratorio è stato suddiviso in due parti: la prima teorico-divulgativa e aperta anche a portatori di pene, mentre la seconda di natura pratica e sperimentale solo per chi ha una fica.
Molte nozioni condivise da Valentine mi erano note, ma ho particolarmente goduto del suo approccio brioso, deciso e politicizzato. Innanzitutto ha posto l’attenzione su quello che la sua mentore Diana J. Torres ha definito “colonizzazione del corpo femminile”: la zona genitale di chi ha una fica è stata battezzata con le iniziali e i cognomi di chi ha ben pensato di mettere un segnaposto per lasciare traccia del proprio passaggio. Una volta finite le spiegazioni, siamo passati al dibattito e poi un gruppo ristretto di noi ha partecipato alla parte esperienziale.
A fine workshop sono andata al Cinema Massimo per vedere i film che mi incuriosivano di più di quella giornata, almeno stando alle descrizioni sul programma.

La particolarità di “Fish&Chips” è che propone opere che raccontano sessualità ed erotismo in vari modi e non film strettamente erotici e/o pornografici. È il caso del francese “Sextape”, una commedia la cui protagonista è Yasmina, un’adolescente che, insieme alla sorella Rim, frequenta due coetanei (Salim e Majid) e fa le sue prime esperienze sessuali, se non che viene ricattata subdolamente da quello che era diventato il suo fidanzato, che la minaccia di diffondere un video in cui lei fa un pompino al ragazzo della sorella.
Nonostante la tematica estremamente delicata, i toni sono molto leggeri e il tenore del film è spassosissimo, con dialoghi brillanti e un’interpretazione ammirevole dei giovani attori. Ho riso davvero tanto e devo dire che mi è piaciuto molto. La giovane che rivestiva il ruolo di Yasmina una bomba!
Prima della proiezione di “Fuck them all”, anch’esso francese, ho visto il cortometraggio “Hello Titty”, una storia kinky e queer in cui le protagoniste indiscusse sono le tette, nello specifico le tette del regista canadese trapiantato a Berlino Skyler Braeden Fox, che nel film interpreta Tit Star Showboy una persona che sta transizionando da f to m e che, prima di procedere alla mastectomia, decide di fare un ultimo spettacolo al quale accorrono i/le suoi/sue fans che vogliono godersi le adorate tette. Interessante, oltre alla questione di genere affrontata, la narrazione di una ricerca di piacere non convenzionale, seppure al Festival ci siano stati film più espliciti in tale senso, come per esempio “Our Alphabet”, che non ho visto personalmente ma di cui mi hanno parlato.

Il lungometraggio che però aspettavo con trepidazione era il sopra citato “Fuck them all”, che nella descrizione veniva definito “un racconto iniziatico, decadente, lascivo che, lasciatosi alle spalle il concetto di genere, rivoluziona anche l’erotismo transgender”.
Complessivamente non mi ha entusiasmato, l’ho trovato un po’ lento, soprattutto mi ha disturbato la presenza pervasiva della musica, che non mi è dispiaciuta come esperimento artistico in sé, anche per la scelta (talvolta aveva un retrogusto noise), ma che personalmente trovo disturbante nella pornografia perché la componente sonora (i gemiti, gli ansimi, i respiri, le urla ecc.) sono fondamentali per eccitarmi.
Mi ha colpito che nel film non ci fossero orgasmi o almeno orgasmi per il pubblico, mi è piaciuto l’uso di corpi transgender che mi hanno stupito e attratto continuamente. Non credo si possa parlare di spoiler se dico che la scena che ho apprezzato maggiormente è stata quella finale, in cui tutti i personaggi che si vedono nel film sono riuniti in una grande orgia.
Nonostante mi sarebbe piaciuto andare al “Wet Party” al Bunker dove Pornopoetica ha allestito una Dark Room aperta a tutti, l’importante era prendere coscienza dei concetti di rispetto e consenso, ero davvero molto stanca e così sono rientrata a casa.

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Domenica, il mio ultimo giorno a Torino, mi ero prefissata di partecipare solo al Pranzo Psicoerotico “Aggiungi un posto a tavola” organizzato al Blah Blah da Slavina e Serena Calò, psicanalista e psicoterapeuta.
È stato molto piacevole e divertente: ci hanno mostrato una trentina di foto erotico/pornografiche e alcun* di noi ne hanno scelta una, discutendo la decisione pubblicamente, poi abbiamo dovuto scrivere un testo scegliendo una delle foto e questo passaggio è stato fatto in gruppo. È stato interessante lavorare sia sul piano visuale, più immediato e di pancia, che su quello più articolato della parola. Il giusto finale rilassante ed eccitante per un week end intenso, ricco di accadimenti ed emozioni, conoscenze ed esperienze.

Sono rientrata a Milano portandomi dentro una valanga di domande, dubbi, stimolata da tutto ciò che ho visto e fatto e soprattutto incentivata a voler parlare ancora e di più di sesso, erotismo, pornografia e tutto ciò che questi argomenti rappresentano per me e molte altre persone, ossia un modo per autodeterminarsi.

Grazie di avermi letto fino a qui e grazie di cuore a Clitoridea per avermi dato l’opportunità di condividere con tutt* voi questa meravigliosa esperienza umana e culturale.

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