Racconti

“Stabat nuda aestas” di Iris Delle Grazie

IMG_2986         (Artwork di Pistamillabile – Camilla Capitanio)

Vicino a te
l’intero mio corpo vibra.
E come fosse il vino
che corre perpetuo
negli albori del vetro,
brama impaziente di essere bevuto.
Ah! Se potesse:
ti coronerebbe le labbra,
poi le schiuderebbe, sì timoroso
di infilarsi tanto meschino
fra quelle morbide rive,
non senza la pretesa
di riempire di fuoco la tua bocca
regina del gusto e della sapienza,
e di sfamarsi della tua lingua mentre
tu, così calda e carica di tutte le luci
di ogni nuda notte dei sensi,
l’assapori a tua volta.

Era una sera estiva, quasi notte, una notte di estrema bellezza. Non ero lì per lei; non ero lì con la speranza di scorgere la sua figura minuta stretta in qualche camicia troppo formale. O con l’dea di percepire i suoi ricci neri frusciare nell’aria vicino a me. Conoscevo solo il suo nome, e fino ad allora la trovavo antipatica perché sapevo che, da lontano, con il mento alto e gli occhi socchiusi, mi osservava, e non ne aveva alcun diritto. Era lì, con il collo curvo sotto il peso della sua reflex, e provava una punta di delizia nel vedermi.
Non apprezzavo nessuno dei suoi lineamenti – non il nero intenso dei suoi occhi, né le ciglia folte, né il suo naso lungo appeso sul volto, né la piega dura della sua bocca sottile. La sua faccia sembrava fatta solo di linee geometriche, cubistiche, non da tratti morbidi e rinascimentali.
Era seduta con le gambe accavallate, china sul tavolo, e reggeva sui gomiti il peso di tutto il sonno. Aveva a malapena le forze per sorseggiare un bicchiere di Jack privo di ghiaccio. Eppure, in quell’istante di estrema stanchezza, sprigionava un’energia straordinaria, capace di travolgermi. Io, nella mia debolezza, l’ho giudicata con tanta crudeltà solo perché ero già stata vinta dalla potenza che la sua figura emanava. Lo sapevo, sin da quel momento: subivo il suo fascino contro la mia volontà.
Dapprima mi cosparse d’attenzioni semplici. Si era avvicinata a me con la scusa di apprezzare i miei disegni incorniciati sui muri del locale. Allontanandosi con permesso non appena la conversazione era diventata interessante. In seguito, a poco a poco, conquistava libertà sempre maggiori: mi scattava delle foto, mi prendeva in giro, poi posava le mani sul mio seno per chiudere la mia camicia, e intanto viaggiava con i suoi occhi fra i miei, il mio collo e le mie labbra.
Senza accorgermene mi ero sorpresa a sorridere delle sue attenzioni. Mi compiacevo di essere desiderata, e per tutta risposta, la volevo a mia volta. Il suo modo di desiderare era elegante. L’eleganza impregnava l’intera sua persona.
Il gesto di fumare, il collo bianco e affusolato, le mani che sapevano esattamente dove posarsi, e alla fine il suo sguardo, intenso come il caffè. Sguardo che si prendeva il permesso di osservare con curiosità qualsiasi cosa, compresa me, che prima di accorgermene mi ero trovata a non volere nulla addosso fuorché i suoi occhi.
Prima di andarsene si era avvicina alle mie spalle e fece scivolare la sua mano nella tasca dei miei pantaloni.
– Spero ti sia divertita.
Mi dice, mentre una sottilissima ruga compare vicino all’angolo destro della sua bocca. Trovai quell’inattesa fossetta tremendamente provocante.
– Oh…
– Notte.
Così si era allontanata.
In tasca mi aveva lasciato un pezzo di carta con il suo numero di telefono.
La chiamai dopo pochi giorni. Io la volevo, e sentivo che lei mi aspettava.
– Ci rivediamo?
Le chiesi.
– Se vuoi sì.

E io lo volevo da morire.
– Certo.
– Se ti portassi via anche per una notte ci sarebbero dei problemi?
– Nessun problema.
Sì, ti prego, fallo.

Ha scelto una stanza nelle più moderne tonalità del grigio, con un letto a due piazze e luci soffuse, calde e avvolgenti. So perfettamente cosa mi aspetta.
Quando apro la porta lei è sul letto, sdraiata sui cuscini. Indossa una vestaglietta che le copre le spalle, le braccia e i seni, per caderle poi leggera sui fianchi, mentre le sue gambe nude, distese l’una sopra l’altra, disegnano pieghe leggere sul bianco delle lenzuola. Guarda me, e io tremo.
Mi avvicino ansiosa di baciarla. Lei, crudele e compiaciuta, non mi concede di provare il gusto delle sue labbra, si rende irraggiungibile.
-Sono ancora vestita.
Si diverte.
Mi tremano le mani mentre rivelo la sua pelle. L’accarezzo, le sfioro il collo, liberandolo dai capelli. L’aroma di lei, delicato e allo stesso tempo pungente, m’inebria. Non sono più cosciente quando finalmente le scopro i seni, belli e floridi come delle pesche.
Mi avvicino senza criterio, né ritegno, con la bocca sgraziata sul suo corpo, animata solo dalla pulsione amorosa più primitiva. Di nuovo lei mi tenta, non mi appartiene e non riesco a farla mia.
La guardo. Il respiro si fa breve nel vederla nuda giacere davanti a me. Non ho il coraggio di guardarla tutta: piccola, sottile, fine ma morbida.
– Ti arrendi?
Mi canzona sollevando maliziosamente gli angoli della bocca. Ho i brividi ogni volta che sorride.
– Certo che no.
Non faccio in tempo a prenderle le mani che mi scivola via.
Mentre cado perduta sotto di lei, mi cinge i fianchi con le cosce e si china su di me. Vengo sommersa dal profumo intenso dei suoi ricci sparsi ovunque, affogo in loro come in un fumo denso. Si muove con una sensualità inaudita. Mi accarezza il viso sistemandomi i capelli dietro le orecchie, non mi bacia mai le labbra. Le sue mani scendono, e dominano ogni centimetro della mia pelle. Sta conquistando tutti i solchi del mio corpo. Scorre su di me, sul collo, sul seno. Mi cinge le spalle e sposta il suo peso in avanti, inarcando la schiena. La tocco e sento la sua pelle scaldarsi, i suoi muscoli contrarsi mentre s’impegna per me.
Mi bacia ovunque. Fra il collo e la spalla, vicino alle orecchie, e lecca, lecca i miei lobi, il mio mento, il mio viso. Finalmente si posa sulle mie labbra. Sembra una farfalla giunta per caso. Mi stringo forte a lei che preme la sua bocca soffice sulla mia, con una lentezza tale da privarmi del respiro.
Butto le braccia all’indietro, e lei scende lungo il mio corpo pulsante. Le dita scorrono lentissime lungo i miei fianchi. Mi bacia i seni e li trova turgidi per il piacere. Mi bacia ancora, mi bacia la pancia e sospira. Geme con me, divertita e compiaciuta. Apro le gambe per lei. La voglio, la voglio da morire. Ride, mentre mi scopre bagnata, fradicia, zuppa di eccitazione.
Mi tocca con due dita, facendo emergere con gentilezza il clitoride. Impazzisco sentendo mordicchiare la carne tenera delle mie cosce. Mi lecca con gusto mentre mi aggrappo alla sua schiena con le gambe. Infilo le mani nei suoi capelli indomabili, quando a un tratto decide di sollevarsi. Mi guarda, e sa che sono straziata dalla sua perizia.
Si avvicina al mio viso e mi infila due dita in bocca. Vuole che le succhi e lo faccio, fino a che la sua pelle non è completamente coperta dalla mia saliva. Torna subito tra le mie gambe. Inizia ad esplorarmi con un solo dito mentre la mia vagina si stringe attorno a quell’unica parte di lei che è dentro di me.
– Come devo scoparti?
I brividi mi pervadono. Urlo ancora più beata, più forte, scossa dall’eccitazione.
– Sì, fallo per me, urla.
Poso le mani sui suoi fianchi, mentre si muove sinuosa su di me. Mi riempie con spinte regolari, morbide, ma profonde e meticolose. Prima con un solo dito, poi con due, tre.
– Non sei nella tua stanza da sola. Qui puoi gridare…
E grido. Voglio che sappia quanto sto godendo. È così bello che vorrei che lei, tutta intera, potesse entrarmi dentro. Vorrei cospargerla della linfa succosa del mio sesso.
Quando, di nuovo, si china con la testa sul mio sesso, mi lecca. Sono ormai al limite. Trattengo il respiro per pochi secondi. Poi l’esplosione. Mi libero in un grido incontrollato, animalesco. Respiro con forza, pervasa dall’orgasmo, piena di lei.
Non ho mai goduto così. E non ha idea di quanto mi abbia fatta stare bene: tutta sua, capace di farmi sentire vulnerabile e amata al tempo stesso.
– Quanto ho goduto…
– Beh, si è sentito.
È felice.
Ci infiliamo sotto le coperte. Si pone fra le mie braccia, piccola, candida, distinta solo dal nero dei capelli e degli occhi, con il seno scoperto nell’oscurità che si alza e si abbassa lento e costante.
– Mi fai le coccole?
Me lo chiede dolcemente. La stringo a me, mi stringo a lei, incastro le mie gambe alle sue, e lei mi afferra una mano, la intreccia alla sua. Ci addormentiamo così.

Al mattino non c’è più. Non c’è traccia di lei, se non nei miei fragili, ma beati ricordi.

Ce la giochiamo a carte?
Due piccoline,
due piccoline:
quattro!
È così che pretendi
di lasciarmi,
come una sciocca luna nuda
dopo l’eclissi.
Spogliata dalle
più belle mani
e sedotta
dalle più dolci labbra.
Piange sola:
perché così ingenua?
E l’amore di cui
ogni sciocca luna
ricopre quelli come te.
Allora,
ce lo giochiamo a carte?

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