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L’umanità che non capiamo, una storia di Bastian Bux.

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L’altra sera ero Verona, ubriaco. Mi fermo in un parcheggio aspettando che la sbornia passi, aspettando che l’alba arrivi. Spengo il motore, appoggio la testa sul sedile e tutto gira.
Passa forse un quarto d’ora, forse due ore, e gialli fari puntano dritti contro di me. Schiudo gli occhi e intravedo un turbine di vetture che ruota, una Panda qua, tre Golf là, nell’ampio parcheggio. Una giostra di ferro, motori che rombano, io stordito, loro alla ricerca.
Una sciccosa Mercedes – brilla lo stemma più d’una stella – è ferma: nera d’eleganza, feroce d’importanza. Intravedo, seduto sugli interni in pelle, un sessantenne in doppio petto che pare d’Armani. È incatenato nella sua divisa d’ufficio.
Nel dormiveglia vedo la sua figura. La luce dei lampioni che piove dall’alto. Spalanca la portiera. Continuo a guardare. Non indossa pantaloni, ma calze a rete gli stringono le gambe. Ai piedi scarpe col tacco a spillo, fine fine; ne appoggia una al suolo. Cosce consistenti, peli che fuggono dalla rete, sopra uomo, sotto donna.
Lo fisso e non mi so spiegare.
Ricontrollo: sguardo da banca con corpo che sbanda dal maschile al femminile, mescola, confonde, mi confonde, regalandomi domande alle quali io non ho risposte. Chissà quanti altri uomini ci sono, per le strade, coperti d’abiti femminili. Chissà cosa succede, nei parchi, dietro gli alberi. Chissà come si vive con questi segreti dentro.

È tutto un casino, no? L’umanità intendo. Cosa siamo?

Animali? E l’anima? E il corpo con l’anima? Si è ciò che si è perché lo si è o perché siamo stati educati (programmati?) a esserlo? Nasci maschietto: azzurro il vestito e pallone in mano. Sei bambina: pentole e bambole. Cosa vuol dire essere donna? Accoglienza e vanità? Ed essere uomo, coraggio e semplicità?
E allora perché, l’altro giorno, quel ragazzo, nei bagni dell’Università, si guardava allo specchio tutto curante delle sue folte ciglia? E allora perché quella ragazza, da anni, si alza alle cinque per andare al lavoro con una tempra che nessun uomo ha mai conosciuto?

E se tutti fossimo tutto?

E se le nostre parti intime ci qualificassero solo in parte?
E se gli ormoni che pulsano al nostro interno andassero in una direzione, ma il cuore, questo maledetto cuore, in un’altra? E se una soluzione non ci fosse? Se fossimo sia uomo sia donna, sia lupo sia agnello?

Ma la società non si erge con i se tesi di fronte all’abisso. E allora richiusi dentro categorie c’inquadriamo per meglio vivere quel quotidiano che, però, ci fa morire.
Perché sentiamo da sempre l’eco di antichi lupi che ringhiano (uccidi!, ci dice) a una stella – È lassù! Guardala! -, un punto giallo e tremante che ci fissa. Tutti insieme aggrappati alla zattera di Géricault ce ne stiamo. Corpi storti che scrosciano.
Ma quest’ansiogena visione se ne va a quel paese quando (a volte capita, eccome se capita) la zattera la si riesce a ribaltare – oooh issa! – e diventa un tavolo.
Una tovaglia, quadretti bianchi e rossi. Il Fausto, forchette e coltelli, prepara la tavola; la Berta cucina la pasta, al pomodoro; arriva la Gianna – sempre in ritardo la Gianna – che porta pane e salame; il Giacomo apre una bottiglia di buon vinello.

Le domande non scompaiono, il dolore non s’annulla. Rimaniamo vermi che gongolano nel fango però – un però con il peso di una vita intera – siamo anche – un anche con il peso di una felicità intera – quelli che qui, ora, un pranzo, due risate, in alto i calici, viva la vita.

 

 

Bastian Bux pubblica Le cronache di Marcolino ogni Mercoledì. Racconti (non) pervertiti.

 

 

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