Racconti

Ricordi di Bruna Athena

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                                                                (Ph Vadim Stain)

Incontrai Giada in un bar. Sorseggiavo il mio cappuccino caldo, al bancone. Giada varcò la porta con lo sguardo rivolto a terra, rabbrividendo per il freddo di una giornata di febbraio. Sentii la sua voce, mentre ordinava un caffè: era bassa, leggermente squillante. Mi piacque subito e senza rendermene conto iniziai a osservarla con attenzione, e lei se ne accorse. La misi in imbarazzo, così dapprima fece finta di nulla e poi si girò verso di me sorridendo, con l’aria di chi si chiede cosa ci sia da guardare.
Quel sorriso timido e tenero, femminile, fu il rito d’inaugurazione del mio ingresso in un mondo sconosciuto, nel quale ogni giorno mi avventuravo, consapevole che ben presto l’avrei trovato profondamente mutato.
La prima volta che la vidi nuda sul letto, avevo paura di toccarla. Sembrava fragile, lì lì per ridursi in mille pezzi. Non riuscivo mai a resisterle, quando si manifestava nella morbidezza delle sue carni, nella pienezza delle sue forme, nelle implicite richieste espresse dai suoi sguardi. I suoi occhi erano scuri, piccoli e felini, contenevano gentilezza e oscenità. Giada si abbandonava completamente alle mie mani, come lo strumento musicale che si presta all’improvvisazione del musicista. Era la mia piccola tastiera e ogni suono che usciva dalla sua bocca, quando con le dita percorrevo lentamente la linea del suo lungo collo, per sfiorarle piano un seno e giocare con il suo ombelico, era la melodia che accompagnava i miei risvegli, la colonna sonora dei pomeriggi passati in casa sul divano, la ninna nanna per adulti per addormentarci nello sfinimento.
Anche se ora Giada non c’è, ricordo il suo sapore. Ricordo la sensazione che provavo quando riusciva a squarciare quel velo di introversione che mi ha sempre fatto vivere le cose a metà. Giada non era solo un universo da esplorare: era corpo, era mente capace di risucchiarti. Entrai in lei in ogni modo possibile, lei fece altrettanto con me. Conosceva i miei pensieri, sapeva dare le risposte a ogni mia domanda.
Ero pallavolista e Giada veniva a vedermi a ogni gara. Mi guardava con orgoglio, perché ero sempre il suo trofeo. Mi premiava a casa, travolgendomi di passione, aggrappandosi a me quasi disperata, come se volesse impedirmi di fuggire – da cosa? Mi leccava una ad una le dita che avevano battuto energicamente la palla di cuoio, in campo. Me le succhiava avidamente, se le muoveva luogo i fianchi, per farle scomparire dentro di sé. Desiderava che le colpissi le morbide natiche bianche per lasciarle i segni rossi delle miei mani, segni che tentavo di far passare con baci e carezze. Restava a occhi chiusi, come il fedele che prega in attesa di ricevere la grazia.
La prima volta che andammo al mare assieme era di fine maggio. La spiaggia era ancora semi deserta, da poco era cominciata la nostra vita assieme. Giada si tuffò in acqua e ne emerse quasi subito. Corse sulla sabbia fina e chiara, si sedette accanto a me. Restò in silenzio per un po’, guardandosi attorno. Fu attirata dallo sguardo interessato di un uomo, che era seduto qualche metro più in là. Si girò verso di me e mi guardò maliziosamente. Mi diede un bacio sulla guancia, mi slacciò la parte superiore del costume: ero sopresa, ma lasciai fare.

Agli uomini piacciono…le ragazze come te e me.”

Accarezzò le mie lunghe gambe, sfiorandomi il collo con le labbra. Mi lasciai andare alle sue tenerezze, sapendo che desiderava che lui ci guardasse.

Giada fu il mio primo amore; io fui la prima donna di Giada. La persi, perché voleva tutto e io non fui in grado di adattarmi a lei, in quel mondo nuovo da cui restai fuori. La persi, perché io ero tutta un pezzo, indivisibile, mentre lei era capace di contenere moltitudini. Era la mia Dea, che mi aveva ospitata nell’Eden; io fui una pessima Eva: fui cacciata, perché non ero stata curiosa abbastanza.

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