Racconti

“Ma l’amore è un atto di fede” di Emma Balich

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(Artwork Apollonia Saintclair)

Mi chiedi com’è andata? Ora te lo racconto. Di te posso fidarmi, lo sai.
Mettiti comoda e guardami, mentre scrivo. Non spegnere la cam. Anche se non parliamo, sapere che sei lì mi procura un piacevole desiderio. Trovo sensuale essere letto, più sensuale essere visto mentre scrivo.

Ecco i fatti.

Avevo vent’anni, forse anche di più. La mia timidezza cronica mi ingabbiava in un quotidiano fatto di rigidi schemi: lezioni universitarie, studio in biblioteca, ritorno a casa. Per quanto ti possa sembrare impossibile evitavo ogni contatto, coi colleghi di corso. In anni di studio, non avevo fatto alcuna conoscenza. Ero riuscito a evitare ogni approccio. Posso ricordare solo ora delle ragazze che si avvicinavano a me, quasi timorose, con scuse banali. Io le allontanavo con scortesia. La mia vita sentimentale si era interrotta anni prima, con una rottura che aveva le dimensioni di una città in macerie. Poi scopro l’Eden: internet. Foto, racconti e video che suppliscono alla mancanza di contatti umani. Intendiamoci, è la mia esperienza. Sai bene come una cosa non precluda l’altra. Ma, ecco, io, all’epoca, preferivo l’anonimato digitale alla vicinanza dei corpi. Mi rassicurava poter chiudere le discussioni quando e come volessi. Era così che mi comportavo nelle chat.
Quando ti parlo di video e foto, mi sto riferendo a materiale porno. Avevo le mie esigenze, e nella mia solitudine non avevo altri modi di sfogarmi. Le prostitute? Assolutamente no!
Passavo lunghe ore davanti allo schermo del Pc a masturbarmi. Ero diventato un esperto di porno, sapevo riconoscere e ricostruire le carriere delle attrici da un solo frame. Oltre a questo, scavavo a fondo nei più oscuri siti. Mi masturbavo in continuazione. Avevo il cazzo gonfio, il polso mi lanciava fitte doloranti. Mi sembrava d’aver trovato il paradiso del puro piacere individuale.
Poi scopro le chat erotiche. Le chat in cui tutti fingevamo d’essere quello che desideravamo, solo per darci piacere. Fingere d’essere noi stessi prede del nostro desiderio sessuale. Si parlava poco, giusto qualche frase a effetto per scatenare l’impulso masturbatorio. A volte si scriveva con una mano sola. Una mano sul mouse, una sul cazzo. Eravamo prestigiatori, virtuosi della tastiera.

Ora arrivo al punto. L’ho presa larga solo per farti capire come mi sentivo all’epoca. Certo, avrei potuto scrivere “avevamo sempre il cazzo in tiro”, ma forse avrei semplificato troppo. Dopo le chat scopro i social network, e le sue infinite varianti. Ma che avevano uno scopo ben preciso: conoscere ragazze. Se nella mia vita “reale” continuavo ad allontanarmi da un sano confronto con gli altri, sul web ero un dio autosufficiente. Coi social ero in grado di approcciare le ragazze. Poco alla volta, ero partito da conoscenze superficiali, fino a farmi inviare delle loro foto seminude. E totalmente nude. Il Paradiso, te l’ho detto. Le seghe avevano un sapore diverso. Il mio cazzo esultava. Schizzavo fuochi d’artificio.
Mai mi ero affezionato alle persone con cui parlavo. Certo, con alcune sentivo più vicinanza che con altre, ma bastavano un paio di giorni di silenzio e le dimenticavo tutte.
Intanto, anche grazie ai social, si scoprivano le web cam. Scriversi e vedersi, nello stesso tempo. Parlare e vedersi. Il virtuale ci regalava un finto contatto reale. Non era verità, quella a cui andavamo incontro, ma una verità simulata.

Conobbi Roberta. Si faceva chiamare Roby, e così la chiamavo anche io. Ci eravamo commentati dei pensieri scritti, delle banali citazioni e da quel giorno ci sentimmo ogni giorno. Dai post pubblici del social ai messaggi privati, dalle mail agli sms. Nacque quella che credevo un’amicizia.
Ci piaceva parlare, commentare contenuti di libri e scherzare. Ci piaceva il nostro modo di scriverci e di parlarci. Stavamo per lungo tempo al telefono. Ci piacevano le nostre voci, i nostri timbri, i toni, la melodia
Vivevamo lontani, io al Nord, lei al Sud. Vederci dal vivo era fuori discussione, almeno per qualche mese, se non di più. Ma potevamo vederci in video.
Ricordo ancora l’emozione della prima volta. La sua voce dal video sembrava già diversa da quella al telefono. E così il suo modo di gesticolare mentre parlava (che io, nelle ore al telefono, potevo solo ricreare nella mia mente) me la faceva sentire come una persona “vera”. Ero riuscito a stabilire un rapporto. Per la prima volta dopo tanto tempo.


Parlavo di amicizia, ma vedi, tesoro mio (mi stai guardando mentre scrivo, vero? Non distrarti, per favore. Scrivo solo per te, per i tuoi occhi che mi fissano. Potrai anche evitare di leggere quello che sto scrivendo, ma cristo santo! Continua a guardarmi!), quando condividi pensieri e una certa visione della vita, alla fine cedi, e i sentimenti mutano.
Perché io non te l’ho ancora detto, ma Roby era bella. Alta, capelli biondi, lisci, occhi grandi, teneri, chiari; un corpo snello, ma pieno. Roby aveva una poderosa quinta di seno, dei fianchi accoglienti, carnosi. Roby rideva quando era in imbarazzo. Rideva quando era felice. E rideva pure quando, cominciata per scherzo, una mattina si mise sulla sedia dove sedeva davanti al pc, e mi fece uno spogliarello giocoso. Così, con gioia e malizia. Si levò prima il pantaloncino da bambina, rosa coi pupazzetti, restando in mutandine azzurre; poi si sfilò il top lilla, liberando i suoi pesanti seni. Successe tutto con tanta leggerezza, che quasi mi commossi.
Roberta era bellissima, e nuda lo era ancor di più.
L’imbarazzo non ci mancava, ma ci sentivamo come ragazzini. Sapevamo che la prossima volta sarebbe successo e che non ci saremmo fermati a uno spogliarello innocente.

La volta dopo fu la sera stessa. Fu sempre lei a prendere l’iniziativa. Fumava, seduta, e senza dir nulla si abbassò una spallina del suo top. Poi l’altra. Poi tutto.
A ogni nuovo movimento, commentavamo. Le prime volte scrivevamo soltanto, quasi vergognandoci delle nostre voci spezzate dal desiderio. Le scrivevo che mi eccitava. Lei mi rispondeva che voleva eccitarmi. Mi disse che voleva vedermi nudo. E io, in preda alla febbre, lo feci.Eravamo io e lei, nudi, soli nelle nostre stanze. Ci divideva l’Italia intera, ma non lì, non davanti quello schermo.
Lei si avvicinava alla web cam per mostrami i seni. Le chiesi di farmi vedere meglio i capezzoli. Erano bottoni scuri, volevo pizzicarli. Dovette farlo lei per me.
Lei mugolava. Dio, quanto mi piaceva.
Ero eccitato. Il cazzo mi scoppiava. Cercavo la posizione migliore per mostralo alla cam. Lei lo vide e sbarrò gli occhi di meraviglia. Mi sussurrò che avevo “un bel cazzo”. Me lo ripeteva sempre, lo avrebbe ripetuto tutte le volte che lo avrebbe visto in seguito. Lo guardava e sussurrava. E io le chiedevo di farsi vedere meglio. Fammi vedere il culo, le chiedevo, e lei si girava e me lo mostrava. Le dicevo apri le natiche, fammi vedere il buco. E lei apriva delicatamente le sue grandi natiche e mi mostrava il suo buco nero.
Mentre lei si muoveva, io mi toccavo lentamente. Poi lei si metteva nella giusta posizione per farsi vedere mentre si toccava, e ci masturbavamo insieme. La prima volta che venimmo, dopo fu imbarazzante. Io avevo riempito un fazzoletto di sperma. Lei commentò con un dolcissimo “OH!”.
Continuammo così per settimane. Di solito, durante la giornata ci sentivamo parlando di tutto lo scibile umano, la sera ci spogliavamo furiosamente. Ci raccontavamo i nostri pizzicori, i desideri nascosti; ci eccitavamo con i messaggi, sempre più osceni, la voglia di scopare in pubblico, il suo desiderio d’incularmi con un fallo di gomma, la mia passione di leccarle i piedi. Entrambi non le avevamo raccontato a nessuno le nostre voglie, mai a nessuno.
A volte aspettavo la sera con impazienza, a volte dovevo masturbarmi durante la giornata per scaricare la tensione.
Eravamo persi l’uno per l’altra. Non pensavamo che a noi due. Fu proprio questo a rovinare tutto. A lei non bastava più quel gioco. Provava dei sentimenti diversi, mi disse una volta. Dovevamo vederci, non potevamo continuare così. Lei mi am…. No, non la scrivo nemmeno, la parola. Non le credevo. L’amore è un atto di fede, e io non sono credente.
Cominciai a impaurirmi, a staccarmi. La gioia della libertà carnale non poteva giustificare la mutazione in ciò che può essere definito “amore”.

Finì tutto.

Glielo dissi senza sfumature. Non voglio andare oltre. E da lì partirono le accuse, le lacrime, i noiosi bla bla bla che avrei voluto spegnere con un click, e che stavolta, per la prima volta, avevo l’occasione di fare, ma senza averne il coraggio.
Tempo dopo, parlo di anni, la cercai sul web. Il suo nome era sparito, non c’era social che la riportasse. Restai deluso. Avevo la curiosità, la tentazione di rivederla, e invece era sparita. Avrei potuto approfondire la ricerca, cercare ancora, ma ho lasciato che tutto si dimenticasse. Tranne oggi, tesoro mio che mi guardi dal tuo schermo. Oggi mi hai ricordato che tempo fa sono stato felice. Ora posso solo ricordare, o ricreare quei momenti.
Sai, sono arido. Non ho sentimenti, sono falso, sono un bluff. Le persone dovrebbero starmi lontano. Tranne tu. Tu stammi vicino. E ora accavalla le gambe, fammi sentire le calze strisciare l’una sull’altra.Ecco, così. Sai che sentirmi guardato da te mi eccita? Ora girati. Fammi vedere la schiena. Io intanto lo tiro fuori. Giochiamo.

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