Racconti

“Pigtails” di Lola Ma

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(Foto personale di le.spleen.de.martina, che ha ispirato il racconto parlando dei suoi pensieri a Lola Ma…)

Ci avevo messo tanta cura a farmi due bei codini simmetrici. Davanti allo specchio, i riflessi ramati li illuminavano giocando con la luce sullo sfondo nero della maglietta attillata. I miei occhiali grandi lasciavano ampio spazio agli occhi, leggermente segnati di nero. Mi piaceva fossero sempre bene in vista.

Un martedì sera tranquillo, una serata da metter via presto. Ma furono proprio i codini a incuriosirlo.

“Sai come si chiamano in inglese?”

Non si era neanche presentato. Me l’ero trovato davanti, mentre la mia amica aveva iniziato a chiacchierare col barista cubano. L’avevo visto altre volte in giro, per locali. Non siamo a New York e i posti sono sempre quelli, così come le facce che si incontrano. Indossava un giubbotto di pelle sopra una maglietta nera che gli fasciava leggermente il petto.

“No. Non lo so.”

Stavo al gioco. Stringevo nella mano il bicchiere di plastica pieno di ghiaccio e menta triturata, ciò che restava del mio Mojito.

“Pigtails.”
“Come?” alzai la voce, avvicinandomi a lui.

La musica era forte e non sentivo bene. Ed era una scusa perfetta per accorciare centimetri. Profumava di muschio e alcol.

“Si chiamano pigtails. Vuol dire coda di maiale.”

Sorrisi. Non capivo se fosse una battuta e dove volesse arrivare davvero.

“E sai perché?”

Si muoveva sicuro, anche lui col cocktail in mano. In pochi secondi si era avvicinato a me, schiacciandomi contro il bancone del bar. Giocava, era evidente. E mi piaceva quel gioco. Lo provocai.

“Dimmelo tu.”

Non mi disse nulla. Mi fissò per alcuni secondi, prima di tirare un sorso dal bicchiere, aspirando con la cannuccia. Puntò verso la mia maglia e soffiò forte dentro questa, rovesciandomi il gin tonic addosso. Mi ritrassi istintivamente.

“Ma che cazzo fai?” sorrisi dietro gli occhiali.

Anche in questo caso non rispose. Poggiò la sua mano sul mio petto, in mezzo ai seni e portò via, alla buona, il pasticcio appiccicoso che aveva fatto. Mi toccava come fossi cosa sua da sempre. Lo lasciai fare. Ero rigida e tesa. La sua mano era già in territori proibiti, la sua saliva, mischiata con il gin, stava già inzuppando il tessuto, bagnandomi le tette. Parlava poco, sapeva cosa voleva. E già sapeva che gliel’avrei fatto prendere. In poche mosse aveva abbassato le mie resistenze. E i miei occhi erano già piantati dentro i suoi. Mi afferrò una mano, mi strattonò.

“Non vorrai mica stare tutta la sera con quel drink sulla maglia? Muoviti.”

Opposi una finta e ridicola resistenza.

“Non mi chiedi neanche scusa? Sputi addosso a tutte?”

Sorrise, con le labbra mezze chiuse.

“Non ti chiedo scusa, no. Però ti porto di là e ti aiuto a pulirti.”

In un secondo ci ritrovammo nel bagno. La musica stava andando in sottofondo, le note volavano leggere. Il locale era mezzo vuoto e il rumore del chiavistello che serrava la porta del bagno fu come un ciak. Mi sfilò la maglia e alzai le braccia in segno di resa. Si fermò un istante a fissare il tattoo che mi riempie il petto e strappò via il reggiseno, buttandolo in un angolo. Non mi aveva ancora baciata ed ero mezza nuda davanti a lui. Mi accarezzò i capezzoli, afferrandomi le tette con entrambe le mani. Le stringeva con forza. Diventarono subito duri, crescevano, piccoli e senza vergogna, in mezzo alle sue dita profumate. Mi poggiò, poi, le mani sulle spalle e mi portò in ginocchio, ai suoi piedi. Il pavimento era sporco, ma non mi importava nulla. La mia bocca era all’altezza della patta dei suoi jeans. Mi prese entrambi i codini con una mano, afferrandoli con determinazione, mentre con l’altra abbassava la zip. Sfilò l’uccello dai pantaloni. Era scuro, non ancora in tiro. Lo avvicinò alla mia bocca. Lo presi, senza pensare a nulla e iniziai a leccarlo. Lo sentivo crescere, sotto i colpi della mia lingua. Diventava caldo e duro. Mi piaceva, aveva un buon sapore. Lui mi dava il ritmo, spostando la mia testa avanti e indietro. Aveva una forza gentile e delicata. Ero inerme, in balia dei suoi gesti, della sua prossima mossa. Mi tirò su, con un colpo brusco mi girò e mi ritrovai faccia al muro, appoggiata al lavandino, contro lo specchio. Mi colpì con uno schiaffo sul culo. Il dolore acuto che mi provocò, mi allagò all’istante là sotto. Ero bagnata e le mutandine mi rimanevano appiccicate. Mi alzò di poco il vestito e le abbassò con cura, prima di colpirmi di nuovo.

“E adesso mi faccio il tuo culo, mentre ti tengo per i codini. Tu godi e stai zitta.”

Quelle parole mi inchiodarono. Mi scopò prima la fica, a pecorina, e poi si infilò dietro.
Lo sentivo pompare, in silenzio. Gemeva, mentre mi afferrava i capelli. Sentivo male all’attaccatura, ma godevo e mi scioglievo sotto i suoi colpi robusti. Avrei urlato, trattenevo le grida. La musica copriva i rumori intorno, ma ci avrebbero comunque sentito fuori. La mia pancia era calda e il mio corpo era lì, solo per lui. Sentivo il calore in mezzo alle cosce, sentivo colare il mio piacere. Un attimo dopo si bloccò senza un motivo. Mi girò, mi strinse al suo corpo e la mia bocca si trovò a un centimetro dalla sua. Pensai volesse baciarmi. Invece appoggiò delicatamente le labbra sulle mie e, senza allontanarle, mi sussurrò piano:

“Voglio venirti addosso. Non dentro. Sulla pelle, sul corpo.”

Chiusi gli occhi. Quella frase fu un pugno. Prenditi tutto. Finisci dove vuoi.
Mi fece sdraiare per terra. Sentii il freddo sporco del pavimento che mi ghiacciava le scapole. Si sedette sopra di me, all’altezza della pancia. Si tirò l’uccello per qualche secondo, finché non mi gettò il suo flotto caldo e bianco sulle tette. Restò immobile a fissarlo. Con la mano, delicatamente, me lo spalmò sul petto, accarezzandomi all’altezza del tattoo. Sembrava più dolce, sembrava fosse mosso da meno istinto, un animale domato. Mi guardò fisso negli occhi. Si alzò, mentre restavo ancora sul pavimento. Mi afferrò i piedi, aprì ancora le mie cosce stremate, reggendomi per le caviglie e guardandomi la fica. Poi spinse le gambe di nuovo per terra. Sorrise.

“Guardati i capelli, tutti sporchi… Guarda quei poveri codini, li hai ridotti come un maiale.”

La frase mi riportò alla sua prima battuta, di qualche minuto prima. Sorrisi, senza muovermi, ancora sdraiata. Aveva vinto tutto. Raccolse dal pavimento il giubbotto di pelle, si aggiustò i capelli e la maglietta davanti allo specchio, si girò verso di me.

“Un altro gin tonic?”

Lola Ma ha pubblicato per Clitoridea anche “Caffellatte” (per leggere il racconto clicca qui) e “Starry eyes” (per leggere il racconto clicca qui)  scritto a quattro mani con Ketty Rotundo per la rubrica “HandJobs“.

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