Racconti

“Iuno cupiditate ardet…ancora” di V.

venere

(Dettaglio della Venere con organista e cagnolino di Tiziano Vecellio)

Forma che così dolce t’arrotondi
dove si inserta l’arco delle reni
se, vincendo in tua copia tutti i seni,
ne la mia man che ti ricerca abondi,
e ti parti, anche duplice, in due mondi
ove il Peccato e i suoi più rari beni
chiuder volle per me, come in terreni
paradisi, e i misteri più profondi;
o tu, candida mole che sul vivo
perno ondeggi levata in alti cieli
ove la voluttà suoi nembi aduna,
risplendi or qui come nel marmo argivo
s’io ti invoco presente, fuor de’ veli,
o carnale sorella de’ la Luna!

F. ritorna anche nelle parole di Gabriele D’Annunzio. Tutta la poesia parla di lei. F. trasuda dalle pagine che sfoglio, bagnandomi le dita. È nella musica che ascolto, nei passi che faccio.
È costantemente sul mio volto. Mi sfianca, mi scuote, quasi mi turba. Ripenso al suo sorriso primaverile dello scorso anno, quando inaspettatamente arrivò. Tanto l’aspettai, fiorente e florida, con il suo delicato profumo di legno e pera adagiato sulla nivea pelle. Ardo e poi mi bagno, se ci ripenso. Rivedo le torride notti estive, quando timidamente le carezzavo i fianchi. Le tiepide mattine autunnali, mentre energicamente le stringevo il culo. Una me ancora illibata e una lei già impura.

Penso a te, F.
Alle tue prorompenti forme
ricoperte solo dall’aria che ti rinfresca i titanici seni,
quelli che richiamano alla vita i miei occhi
quando sono ancora schiusi,
trattenendoli e cullandoli
nella penombra delle 07:40.
Ai tuoi fianchi che compiono movimenti rotatori,
fatti di infinita sensualità.
Alle tue sinuose e languide movenze:
hai sempre saputo incantarmi.

Facciamo l’amore e il suo corpo esplode, erompe, tuona. La sua pelle lattea risplende grazie alla luce che entra gentile dal finestrone e da quella candela ancora accesa che, con il suo effluvio di cannella, permea la stanza. E io lì, ancorata sul materasso, mentre i suoi occhi cangianti e sfuggenti mi penetrano con un’intensità e forza tale che, a ogni suo battito di ciglia, il mio cuore cede.

Muoio di bellezza ad ogni tuo sguardo:
que
gli occhi che quasi mi intimorivamo.
In quei giorni di primavera,
tanta era la sua potenza.

Vedo F. piegare leggermente la testa, mentre i suoi capelli mi corteggiano. Li ho sempre in bocca. Lei, pura rivelazione del Bello, statuaria e austera Giunone! Trasformi la stanza in cui consumiamo, nella voglia di diventare noi. Con passo superbo e altero si avvicina a me, sorridendomi. Non mi resta altro che aggrapparmi ai suoi fianchi e attirarla a me. Stringo e bacio il suo caldo ventre, mentre preme contro il mio viso. Trafiggo le candide e carnose cosce con le unghie e coi denti. Sento già il tepore del suo corpo domarmi e il suo odore uccidermi. I capezzoli di F. sono ritti, premono sul mio collo. La sua lingua è rovente, ruota nella mia bocca senza tregua, rovistando tutti gli angoli: è come avere un tizzone infocato in bocca. Bruscamente si gira di spalle divincolandosi da me. La sua immensa schiena è colma d’attesa.

Sembri la Bagnante di Valpinçon di Ingres:
un’opera d’arte diventata carne viva.

Lusingata, ride di gusto. Ma io vorrei solo stringerla arrecandole piacevoli mali. Posiziono il mio corpo dietro il suo. Le mie mani sono un ammasso di nervi e vene. Premono con forza i suoi seni, colline di sconfinata libidine. Provo a contenerli ma la loro potenza straripa. Geme sotto voce mentre la sua bocca si dischiude lentamente, per lasciare spazio alla mia saliva calda: le piace ingoiarmi e senza indugio mi beve. Tensione erotica, esorbitante attrazione; c’è tra noi un’eccitazione immane. Con forza afferra i miei capelli portandomi il volto di fronte al suo.

Le tue mani hanno un posto e sono dentro di me:
irrompimi dentro, invadimi barbaricamente, attraversami,
sai che sono solo tua?.

Il tempo di replica per me è nullo. Arrossisco violentemente, ingoiando le mie stesse parole. Riprende a violentarmi la bocca con la lingua, ma l’abbandono per affondare la testa nel suo seno bollente. Lo succhio fino a quando non ho più la percezione delle mie labbra, fino ad aumentare la furia dei suoi gemiti.

Vorrei che dal tuo seno sgorgasse latte,
che inondassi la mia bocca e ricoprissi il mio petto
di candido sperma materno.

Sento il suo respiro sui miei occhi, così denso che pare solidificarsi su di me. Le cingo i fianchi con forza. Lei ama la mia forza quando la prendo. Ora F. vuole un furioso amplesso. Vuole che la lasci esanime. Vuole svenire e venire di piacere. Nuovamente si gira, stavolta piegandosi…
Ha il culo scarlatto e aperto, la figa come quella di una vacca da monta. Bella, porca, mia. Mi guarda sottecchi: aspetta d’essere selvaggiamente scopata. Forse i teneri baci sul marmoreo culo, mentre le sue gambe si spalancano come un grande portone, non le bastano più. La sua maestosa fica si fa sentire con il suo odore inconfondibile: caldo succo alcolico. Mi inchino obbedendo al suo richiamo olfattivo, avanzo in lei con la lingua, aprendole le grandi labbra ruvide, carnose e umide. Premo con un dito il suo orifizio anale che già pulsa. Lei si tiene il seno mentre le tengo le cosce, succhiando la sua dura clitoride, quasi a farle un pompino. Ingorda e sfrenata, boccheggia senza fermarsi neppure per respirare, percuotendosi i seni liberi e grossi con frenesia e veemenza, grondanti di sudore.
Soffoco le sue grida mettendole tre dita nella figa. Le risucchia, le divora. So che vorrebbe avermi in ogni buco. Mentre la penetro guardo lo schiudersi di quei lembi di carne che trangugiano freneticamente la mia mano. La figa di F. si dilata e si restringe, a volte trattenendomi, per poi lasciarmi andare. Aumento il ritmo delle dita a suon dei suoi “sfondami la figa”, finché non la immobilizzo totalmente, quasi strozzandola, avvicinando la sua testa al mio collo e saldando con vigore il mio bacino ai suoi glutei. Gode nel sentirmi profondamente dentro. La mia mano sembra una verga che a ogni stangata la fa gemere più forte. Non riesce a frenare i suoi stessi strepitii, i suoi spasmi. Si batte ancor più ferocemente i seni, diventati quasi lividi dalle percosse che si è autoinflitta. Nessuna parte del suo corpo ormai ha tregua, così come la sua vita, da quando ha me. La sento venire, le trema la figa, ho le dita bloccate in lei. Ammiro il suo giunonico corpo contorcersi dal basso e riesco a intravedere il viso della mia dea flesso dall’orgasmo, mentre ansima forte e mi implora di amarla. Immergo la testa nella sua vagina, stupendola con la dolcezza di un bacio.

Cala il silenzio e arriva mezzogiorno. L’unico rumore che rimane nella stanza è quello del suo respiro affannoso. Il sole caldo la illumina a giorno: diventa immagine feroce e totalizzante.
F. si è accasciata a terra stremata, quasi paralizzata da quell’eccitazione esagerata. Con la giottesca mano blandisce la sua vagina grande e polposa, ancora calda di famelici umori che continuano a fluire incessantemente. Intano mi sorride, scrutandomi con l’amabilità che solo lei possiede e tempestivamente mi avvinghia, attorcigliando le sue cosce attorno alle mie. Ripenso all’odore del suo sesso che annichilisce lo stato delle cose circostanti. Lei, una donna nuda su un letto disfatto che ha stravolto i miei sensi e inondato la mia carne.
Ho sempre amato guardarla, così come ho sempre amato descriverla e figurarla nella mia mente, come più simile a una dea che a un essere umano: un po’ Venere, un po’ Giunone, dea di lussuria e piacere. Voglio conservare le mie dita nel tuo scrigno per l’eternità.

Alla mia musa, F.,
che arde sempre più forte
…e corre sotto i vestiti.

 

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