Racconti

“Caffellatte” di Lola Ma

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Sempre che non ti faccia paura.”
“Tranne la morte, ora come ora, non mi fa paura nulla.”

Sorrise.  Lo sguardo si abbassò timido verso il pavimento.  Poggiò la tazza sul bancone,  abbozzò un mezzo sospiro. Rialzò il viso, puntandoglielo dritto negli occhi.

E forse neanche quella.”

La freddezza lucida nella sua voce lo colpì. Quel contrasto tra pudore e orgoglio nel confessare qualcosa a muso duro, lo lasciò senza parole. Era bella, ma non sapeva di preciso cosa fosse ad attrarlo così istintivamente. Forse quell’aria incazzata o il suo fare apatico. La conosceva appena. Poco più di due occhi, un corpicino fragile, una coda rossa tenuta da un elastico. La pelle chiara, tirata, più rosa all’altezza degli zigomi.
Ogni mattina poche parole. Mezze frasi, qualche informazione, pochi spunti. Ogni mattina un pezzetto in più.

Lo sai? Il miglior caffellatte non si beve al bar.”
“Ma questo è buonissimo.”

Entrava sempre da sola. Zainetto e sneakers, maglioni larghi. Cornetto vuoto, bicchiere d’acqua gasata e caffellatte. La domanda sulla paura faceva parte del repertorio. Una banale provocazione da quattro soldi. Eppure dentro quella risposta, in fondo a quegli occhi spenti in superficie, poteva vedere abissi. Ci finì dentro in un istante.

Se questo lo chiami buonissimo ti invito da me. Con la moka è tutta un’altra storia.”
“Ah si? Più incredibile della collezione di farfalle?”

Un piccolo istante di silenzio riempì il bar. Un silenzio rotondo, denso. Secondi, pochi secondi, per dare una risposta sensata. Lei fissava la tazza, girando lo zucchero. Lui si avvicinò al bancone, piegandosi in avanti, di fronte a lei.

Vieni oggi pomeriggio da me, vedrai cosa intendo.”

Sempre che non ti faccia paura.”

 

Non prendeva mai l’ascensore. Fece con passo lento e costante le scale. In quei passi tutta la noia di una vita.  Non aveva un pensiero preciso rispetto a quello che sarebbe successo di lì a pochi minuti. Di sicuro, quello del caffellatte, non era l’alibi più fantasioso che avesse mai sentito. Ma lui le piaceva, in fondo. Aveva occhi grandi e uno sguardo gentile.
Fu accolta da un bel sorriso.  Si diedero un bacio sulle guance, leggero e imbarazzato. Per la prima volta non li divideva un bancone. 

Si accomodò sul grande divano rosso, nel centro di un salone quasi vuoto. Qualche pianta, una parete di libri. Un paio di stampe appese ai muri, un impianto per la musica.  Si scambiarono due convenevoli. Poi lui chiese permesso e sparì dietro la porta che collegava la cucina. Rientrò pochi minuti dopo. Aveva tolto il maglione, restando in camicia e con le maniche arrotolate.  Aveva in mano una tazza grande e fumante.  La poggiò per terra, all’altezza delle gambe di lei. Tornò in cucina. Lei era vagamente a disagio. Non amava troppo parlare, non si sforzava di farlo. Preferiva che fossero gli altri a riempire i silenzi.
Lui tornò, per la seconda volta, con in mano una bottiglia di latte di quelle di una volta, e un barattolo con del caffè macinato. Aveva un buon profumo. Lo sentiva, leggero, ad ogni suo spostamento. Più intenso quando si avvicinava, ma delicato nell’aria, anche dopo che si era allontanato. Non avrebbe saputo dargli un’età. Non gli aveva mai chiesto nulla. E si ritrovava a casa sua, seduta su un divano, dentro spazi sconosciuti.  Poggiò gli oggetti, con cura, a fianco della tazza di caffellatte vicino alle sue gambe. Maneggiò con il telecomando e partì una musica a volume assordante.  Lei accentuò un finto compiacimento muovendo la testa a ritmo, mentre lui finalmente si accomodava sul divano, a fianco a lei. Prese in mano l’unica tazza. Soffiò sul caffellatte. Lei girò solo il busto verso di lui, mantenendo i piedi a terra.

Mettiti di fronte a me. Incrocia pure tu le gambe sul divano.”

Lei obbedì. Aveva preparato una sola tazza, e la stava sorseggiando.

Vuoi provarlo davvero il caffellatte più buono del mondo?”
“Credo di sì. Ma te lo stai bevendo tu, ne hai fatto solo uno.”
“Quello per te è diverso. Speciale.”
“Ah…”  Il brivido era passato in un istante.

Al suo posto una nuova noia. L’idea banale della metafora del latte. Ma arrivata a quel punto, a pochi centimetri da lui, dal suo profumo, non si sarebbe tirata indietro.

Sapevo che il latte fosse fatto di materia grassa. E sapevo anche che i vestiti bagnati ti si appiccicano sulla pelle non lasciandola respirare. Quello che non sapevo era quanto potesse bruciare una maglietta fredda e pesante a contatto col corpo. Una puntura che non si attenua.
Mi aspettavo un cazzo in bocca, la sua pelle più scura rispetto al resto del corpo o qualche altra fesseria a rappresentare il caffè e uno schizzo di sborra dolciastra in gola e sul palato a fare da latte. Invece mi sono ritrovata, presa a tradimento, con mezza bottiglia di quel liquido appiccicoso versato addosso.
Era lento nei movimenti, posato, sembrava in estasi. Raccolse la bottiglia da terra e non avrei mai immaginato di essere ricoperta da un fiotto freddo e unto. Mirò al collo e non sbagliò. Non ebbi il tempo di capire cosa stesse succedendo. Mi paralizzò. Mi si svuotò l’anima in un istante. Il dolore acuto del getto freddo si propagò rapidamente sulla maglia, per poi appiccicarsi alla pelle. I capezzoli diventarono duri, spingevano sul tessuto, quasi a volersene liberare. Inarcai istintivamente la schiena, contro ogni logica. Mi disse di togliermi la maglietta e i pantaloni, senza alterare il tono pacato di prima. Ma senza risultare per questo meno perentorio. Obbedii. Nel frattempo mi resi conto che la musica era cambiata. Riconoscevo i Deftones suonare Feticeira. Questo fece aumentare le mie pulsazioni, alterava il mio battito. Mi piaceva. Avrei assecondato i suoi comandi. Rimasi solo con i miei buffi calzettoni e con le mutandine. Passavano i secondi e il mio corpo nudo, unto e quasi tremante iniziava a sentire dolore. Quel male sordo del freddo  che fa vibrare le labbra. Ma non mi muovevo. Immobile, appiccicosa, paralizzata. Mi afferrò le ginocchia, mi fece puntare i piedi sul divano e mi allargò le gambe. Prese di nuovo la bottiglia. Fece  un sorso, ma non lo bevve. Si avvicinò al mio viso. Mi aprì le labbra con una mano e mi versò sulla faccia tutto quel latte. Chiusi d’istinto gli occhi. Mi scappò un urlo soffocato dalla tosse. Eccola la sborra. Ecco la sua consistenza, la sua intensità. Lo stesso sapore. Saliva e latte in un unico nuovo liquido, simile al seme.
Di nuovo un sorso, di nuovo la sua mano.  Mi spostò le mutandine e si posizionò sopra di me, all’altezza della fica e fece cadere il latte sopra, aprendo solo leggermente le sue labbra e facendosi aiutare dalla gravità. Le mutandine mi stringevano morbide e si impregnarono di quel latte che velocemente si mischiò al mio di liquido. Calore contro freddo. Me la toccò. La accarezzava, tutto entrava ormai morbido. Distribuiva quel latte dentro e fuori le mie labbra. Le dita fredde dentro il mio corpo ormai bollente. Mi girò senza dire più nulla. Ero sua e non mi era mai capitato davvero con nessun altro. Ero oggetto del suo pensiero. Mi abbassò la testa e stringendomi la pancia, tirò su il mio fondo schiena. Prese un altro sorso. Con due mani, questa volta, mi allargò le natiche e ci sputò dentro. Ogni getto era nuovo.  Ero rigida e sinuosa allo stesso tempo. Pensavo al suo cazzo. A quanto fosse duro, a quanto spingesse sotto quel pantalone, ormai tutto chiazzato di latte. Il divano era fradicio.
Cercavo un appiglio di reale in mezzo a tutto quel grottesco. Gli chiesi di scoparmi. Di prendersi tutto. Ma non mi ascoltava. Lo pregai, lo implorai. Senza parlare mi prese per mano e mi fece alzare. Mi fece fermare di fronte a uno specchio a parete  lungo dal soffitto al pavimento. Mi guardai, lui era alle mie spalle. Il colore dei miei capelli, delle mie labbra, dei miei capezzoli e dei pochi peli sul mio pube, risaltavano come punti intensi su una mappa. Mi aveva messo di fronte al mio corpo vivo. A quel corpo di cui per anni mi era importato poco. Mi prese da dietro. Le sue mani andarono veloci a schiacciarmi i capezzoli. Poi andò giù. Una mano davanti, una dietro. Mi penetrò con le dita. La mia fica era gonfia e quei movimenti che andavano a pizzicare leggermente il clitoride, mi paralizzavano. Nel frattempo, l’altro dito si faceva spazio da dietro. Entrava anche lui, dal fondo. E risaliva, a inumidire il culo. Movimenti lenti, costanti. Lo bagnarono, fino a far sì che potesse penetrarmi contemporaneamente davanti e dietro. Scopami. Volevo mi tirasse indietro i capelli. Desideravo essere posseduta, ancora sporca di quel latte, ancora lucida. Si avvicinò con la bocca al mio orecchio, col capo leggermente reclinato verso di me. E mi disse “non ancora, manca il caffè.” Quella voce, quell’idea, quel nuovo mistero, mi stordirono ulteriormente. E capii da sola che sarei dovuta tornare sul divano. Mi sdraiai, supina, braccia lungo i fianchi. Fece un sorriso soddisfatto. Ero perfetta per il suo gioco di quel pomeriggio. Aprì la confezione di caffè e mi spolverò il pacchetto addosso. Grattava sulla pelle. Mi prudeva, mi sentivo sporca. Come ricoperta di terra. Con le dita appiccicose e piene di caffè, mi spalmò tutte le cosce. La mia fica sempre più gonfia e bagnata, ormai allargata e pronta a tutto.  Andò in cucina ma tornò subito. Portò con sé una tazzina di caffè. Mi disse di sorreggerla.  Lo feci. Si slacciò la cintura, abbassò i pantaloni. Il suo cazzo era duro e teso, ne usciva una parte dai boxer. Lo tirò fuori del tutto e iniziò a masturbarsi. Lo menava con ritmo e decisione, all’altezza della mia faccia. Non feci nulla, concentrata sulla tazzina che tenevo tra le mani e ancora stordita. Il suo bacino si muoveva a ritmo della mano, sempre più intensamente. Sul viso si increspavano piccole rughe, piccoli segni di un calore che saliva.  Mi piaceva quel cazzo. Era grosso, proporzionato. La cappella turgida e più rosa. Pochi secondi dopo si piegò in avanti, al culmine di quel percorso. Allungai istintivamente la bocca, per accogliere il suo piacere. Ma mi allontanò e spinse invece verso di lui la mia mano con la tazzina. Ci sborrò dentro. Il liquido rimase in superficie. Guardai dentro e con movimenti circolari cercai di amalgamarlo al liquido scuro. Avvicinai la tazza alla bocca e sorseggiai lentamente, guardandolo fisso negli occhi. Ne trattenni una parte in bocca. Mi avvicinai al suo viso e con tutta la forza che avevo, gli riversai tutto addosso. C’era la mia rabbia dentro quei liquidi tiepidi. C’era il mio piacere dentro il suo seme. C’era un grazie a mezza voce, per avermi fatta sentire viva. C’era lo schifo del suo cazzo. E la meraviglia del suo potere tra le mie gambe.

[Artwork di Frida Castelli]

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2 risposte a "“Caffellatte” di Lola Ma"

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