Racconti

“Amor veneris, vel dulcedo” di G. V.

Gerda Wegener

La luce, come un pugnale, penetrava nel buio del suo appartamento antico. I soffitti erano alti, le pareti di un’ocra brullo ma allo stesso tempo avvolgente e caldo. I dipinti si disponevano sparpagliati. Quei nudi femminili popolavano la stanza, come se l’abitassero. La luce proveniente dall’esterno, filtrava dalla tapparella semichiusa, illuminando il suo viso sereno e rilassato.
A differenza del mio stato d’animo, in netto contrasto con la limpidezza dei suoi lineamenti. Le labbra color melograno, sottili, morbide e umide, erano in perfetta armonia con le gote caricate leggermente di un rosa perlato. Lunghe ciglia contribuivano a renderla estremamente incantevole e seducente anche nel sonno. I capelli bruni, con lievi sfumature dorate, erano adagiati sul collo aggraziato ed elegante.
Mi soffermai a guardarla ancora. In un istante, che parve infinito, colsi il suo splendore. Rimasi immobile, quasi pietrificata, ammirandola con addosso ancora i vestiti. Quella notte passò lenta, tant’è che stentavo a credere che fossimo già al mattino.

Passammo la serata a parlare, bere vino rosso e dipingere, tra risate e confessioni mai dette prima.

Otto lunghi anni di sentimenti mai espressi.
Cosicché, quasi d’istinto, mentre ancora dormiva, calai le mani all’altezza dei suoi pantaloni, giocherellando col bordo, sorridendo tanto la situazione mi pareva irreale. Sorrise anche lei, mi prese la mano, la fermò. La accarezzò, svegliandosi dolcemente. Mi liberai dalla sua carezza e feci scendere il pantalone. La vidi, per la prima volta, solo in mutandine. Quello che oramai desideravo dal primo anno di scuole superiori. La mia fantasia stava diventando realtà?

Cosa stai facendo?” disse, quasi turbata, ma con una vena di compiacimento.

Faccio quello che avrei dovuto fare da tempo. Se vuole che me ne vada, me lo dica. Ma la prego, si faccia guardare ancora per un istante…” risposi.

Cosa vuoi fare?”. Lo sapeva. Ha sempre saputo di essere stata per molto tempo al centro della mia mente, del mio cuore, della mia vagina. Al centro del mio mondo.

Sa, professoressa…”

Non mi fece terminare la frase. Si alzò accovacciandosi di fronte a me. Il suo viso era così vicino al mio che sentii un grande calore pervadere tutto il mio corpo.

Le sue splendide mani, quelle dita che per anni guardai sfogliare pagine, dipingere ed accendere sigarette, furono per la prima volta attorno al mio viso, come una meravigliosa cornice di carne. Avvicinò il suo naso al mio, e lievemente mi leccò le labbra.

Ti riferisci a questo?” disse sarcasticamente, compiendo dolci giri con la lingua attorno alla mia bocca. Incredula affondai le mani nei suoi capelli arruffati e pervasi dall’odore di incenso che aleggiava nell’aria. Le tolsi la maglietta, mentre rideva di gusto e di eccitazione crescente. Liberai quindi il gancetto del reggiseno. La immaginai per anni, ma mai avrei pensavo che fosse così voluttuosa e concupiscente. Mi sembrava di essere all’inferno. Ciò che prima era spirituale, diventò carnale. Prima di gettare via l’indumento, lo accompagnai al mio naso: il suo odore fece scintillare la dinamite nascosta nel mio corpo. La sua perfezione e la sua immagine superba mi parevano un’entità a parte.

La volevo a tal punto che pensai di andarmene, tanto il mio desiderio era forte. Era come se, da fata guaritrice e produttrice di dolci passioni nascoste, si stesse trasformando in maga traditrice e dominatrice, che regolava il mio destino intero.

Intanto il giradischi suonava piano. Smoke City – Underwater Love. Volevo una sigaretta, volevo morire in quel letto. Il suo sguardo mi si incollò addosso, come se la stessi già possedendo. In realtà era lei a possedere me. Mi rendeva schiava e dipendente da ogni suo gesto, parola, azione. I suoi seni ben scolpiti e lineari, nonostante gli anni, completati da capezzoli duri che si appoggiavano imponenti contro il mio petto ancora vestito, erano oggetto massimo di godimento visivo. Ad un tratto mi morse il collo, mi strappò la maglietta e mi buttò sul tatami. Si mise a cavalcioni sopra di me, chiusi gli occhi. Finalmente divenne reale. Sentivo l’adrenalina fluire nelle vene assieme ad emozioni confuse ed aggrovigliate, mai provate prima. Il cuore sembrava scoppiarmi. Provavo una strana inquietudine. Come se mi stesse soffocando con la sua presenza. In quella stanza ampia che possedeva solo noi e i dipinti come ornamento.

È inverosimile.” dissi, con gli occhi bassi e le mani che cingevano i suoi fianchi.

Mi sentivo sprofondare, respirando ancora l’inferno dell’attesa.

Noia, monotonia, grigiore e pesantezza non mi lasciano respirare. Sii tu il mio respiro.
Si annunciò. Si rivelò per ciò che voleva realmente. Me.

Ti prego, fammi godere con tutto ciò che hai. Con la lingua, le dita, con tutte le parti del tuo corpo.”

Mi ritrovai nuda, mentre pronunciava le parole che per anni mi giravano in testa, ogni volta che si rivolgeva a me. Mi stuzzicava giocando con le zone più sensibili del mio corpo. Non le conosceva, eppure le azzeccò tutte. Iniziò a leccarmi il collo, scendendo verso il seno.

Il mio corpo era coinvolto in un piacere mai provato prima.

Volevo che si donasse completamente a me, desideravo ardentemente che potesse perdersi in me, dimenticandosi di amarezze ed afflizioni. La sua vita, in quegli momento, dovevo essere solo io.

Dopo avermi completamente ricoperta di saliva, si stese sul letto. Le sue gambe cominciarono ad aprirsi come un ventaglio, svegliandosi lentamente dal loro torpore. Vidi per la prima volta quel bosco fitto e scuro, che allo stesso tempo mi pareva così accogliente ed ospitale. Grondava di passione, sentivo l’odore del sesso pervadermi l’anima. Io, proprio io, avevo l’illustre compito di far rifiorire la sua primavera e donarle nuovi frutti.

Riprese a scrutare ogni parte del mio corpo con occhi colmi di vita. Mi calai al suo cospetto, le afferrai le ginocchia, separandole con forza e determinazione. Gemette con gusto. Chiuse gli occhi, poggiando la testa sul cuscino. Mise una mano tra i miei capelli rossi, accogliendo la testa tra le gambe. Affondai il naso nei suoi morbidi peli, che trasudavano di erotismo ed emanavano un odore quasi afrodisiaco, inebriante. Un odore che mi riempiva, rendendomi finalmente completa. Mordicchiai le labbra, facendo ruotare la lingua attorno ad esse. Riuscii finalmente ad entrarvi con la lingua, con movimenti delicatamente violenti.

Intanto il tepore del sole mattutino riscaldava ogni angolo dei nostri corpi. Iniziai ad assaporare la sua intimità, ingoiandone ogni goccia. Mi soffermai con la lingua sulla clitoride, circondandola come in un vortice leggero, una lenta spirale. Ne toccai la sommità. Gemeva sempre più forte. Non riusciva a contenersi. Ad ogni mio movimento di bocca ne accompagnava uno con i suoi fianchi. Sospirava forte, stringendomi la nuca come se volesse imprimermi dentro di lei. Le mie mani stringevano le sue cosce dall’interno, affondandole nella carne. La succhiavo. Mi prese con forza un dito, iniziando a leccarlo con veemenza ed ingordigia. Lo guardò come se volesse mangiarlo, non staccando mai i suoi occhi dai miei. Poi con lo stesso dito, le sfiorai la vagina bagnatissima, dall’alto verso il basso e viceversa. Tolsi lentamente la lingua, continuando a toccarla. Infilai due dita. Ansimava sempre più forte, dicendomi che ero la sua salvezza, che dovevo continuare fin quando non sarebbe svenuta e venuta dal piacere. Allargavo le dita ogni volta che sentivo i suoi muscoli vibrare. Brevi ingressi, ed uscivo. Ma ogni volta che rientravo andavo sempre più in fondo, aumentando il ritmo. I suoi gemiti non facevano altro che alimentare la mia follia. Infilò le sue unghie nella mia schiena. Stava incidendo i segni della sua passione. Mentre sudore e lacrime le attraversavano il viso e il collo, colando sul seno, verso la pancia ed arrivando fino al monte di Venere. Diceva che se mi fossi fermata adesso, sarebbe morta. Fu così che un piacevole calore inondò le mie dita. Era bollente e denso. Strinse i muscoli vaginali trattenendomi dentro, come a spremere il piacere dell’orgasmo fino all’ultima goccia.
Gustai il suo viso appagato fino all’ultimo sussulto. Immobile ed ansimante, sospirò, tirandomi su. Mi stesi su di lei, con il viso davanti al suo. Ci guardammo come non mai. Ci perdemmo in un delicato bacio. Labbra su labbra, cuore su cuore, mano nella mano. Ci scoprimmo davvero, con quel bacio, per la prima volta. Le nostre lingue si sfiorarono, e poi iniziarono una morbida ed eccitante lotta. Quel bacio continuò fin quando lei, stremata, si staccò da me, riprendendo a respirare.

E se avessi goduto per la prima volta in vita mia?” chiese sottovoce.

Mi ritrovai a corto di parole. Come quando la vidi entrare in classe tanti anni prima. Con la gonna nera e le calze trasparenti, gli occhiali da sole e qualche anno in meno. Riuscii solo a sorriderle.

La osservai. Era immersa in una valanga di piacere e di eccitazione finalmente soddisfatta, bagnata in ogni centimetro del suo splendido corpo, giacendo inerme di fronte a me, come se fosse stata sconfitta da una forza sovrumana.

Lei ha incendiato il mio sangue, e la mia carne si è ridotta a brandelli.” le dissi, prendendo coraggio.

Io se non ti sento addosso, sono finita”.

Mi sdraiai al suo fianco, per un attimo fissammo il soffitto.

Poi riprese, chiedendomi quale stagione stesse vivendo il mio cuore. Le parlai delle mancanze, delle attese, di come fosse spoglio il mio quotidiano senza di lei. Amaramente sorrise, lasciando intendere che anche per lei era sempre stato inverno prima di allora. Ad un tratto i suoi occhi divennero lucidi. Bastò un sottile battito di ciglia perché le lacrime le attraversassero il viso. Temevo di incrociare il suo sguardo. Avevo paura di trovare nei suoi occhi il mio stesso dolore: quello della dannata consapevolezza di non poterla avere mai.

Mi accolse tra le braccia, mi cullò un po’. Il mio corpo fremeva e si inarcava sotto il suo. L’estrema necessità di contatto continuava a sentirsi e non si sarebbe estinta mai, lo sapevamo entrambe. Le strinsi forte la mano e la sensazione di appartenerle si manifestò come una scarica elettrica. Andammo avanti così per tutta la mattina, fino all’ora di pranzo, cercandoci e sfiorandoci. I suoi occhi sembravano gridarmi “tienimi con te, sono tua”. Mi strinse in maniera quasi convulsa e innaturale, lacerandomi e distruggendomi interiormente. Frantumò le catene che le serravano il cuore. La mia pelle era fredda e pervasa di umida stanchezza. Un brivido mi attraversò la schiena, quando avvertii una sua carezza.

Il giradischi smise di suonare, ma non lo facemmo ripartire.

[Arte di Gerda Wegener]

Annunci